La presentazione del testo di una nuova Legge elettorale da parte della maggioranza fa pensare, e sperare, che si possa finalmente dare corpo ad una presenza popolare che potrebbe costituire la prima forma di superamento della tagliola che per oltre trent’anni ha rappresentato il bipolarismo. Si torna al proporzionale.

Da una prima sommaria informazione sull’articolato legislativo sembra permangano, comunque, ampie forme surrettizie di quella cappa che dai primi anni ’90 ha consentito l’introduzione di un sistema misto di proporzionale e maggioritario con la finalità di irreggimentare tutti, a destra come a sinistra, nelle cosiddette coalizioni. Menomata la rappresentanza, non si è risolto il problema della governabilità.

Si andrebbe all’indicazione del leader – quella del leaderismo è un’altra malattia diffusa a partire da quegli anni – non sulla scheda, ma nel programma, presentato da partiti coalizzati. Ad un “premio di maggioranza” – che dovrebbe andare ben oltre quanto previsto dalla famosa “legge truffa” dei tempi di de Gasperi – appannaggio di quelli che superino il 40%. Inoltre, ci sarebbe una soglia di sbarramento del 3%. Non dovrebbero essere introdotte le preferenze. Insomma, liste ancora riempite dai vertici dei partiti ed un Parlamento telecomandato da due, tre segreterie di partito.

Se questo è il quadro effettivo possiamo benissimo dire che si cambia per non cambiare molto per ciò che riguarda la sostanza di una dialettica politica e di un lavoro legislativo sostanzialmente lasciato al rapporto tra i due fronti contrapposti.

Adesso, presentato il testo, gireranno alla luce del sole le pale del mulino degli strateghi elettorali che sono al lavoro. E lo devono anche fare con una certa urgenza. Perché siamo oramai a marzo e la Legge elettorale nuova dovrebbe essere approvata entro il prossimo 22 settembre per non incorrere nella possibile decisione – attesa oramai da mesi – da parte della Corte europea che dovrebbe sancire definitivamente il divieto di introdurre nuove leggi elettorali un anno prima del voto. E noi votammo la volta scorsa, appunto, nel settembre del ’22.

Adesso, però, senza fasciarsi la testa dietro elucubrazioni astratte sui singoli meccanismi, eventualmente alla fine approvati, è interessante riflettere come un sistema proporzionale, che dovrebbe anche eliminare i collegi uninominali, possa superare le criticità – ma diciamo anche gli alibi – che nel corso di oltre trent’anni hanno impedito la creazione di un’area allargata e centrale in grado di distinguersi da quella della destra e da quella della sinistra. Una questione che ha riguardato nel profondo anche la reattività della società civile. Non solo quei manipoli che, a destra, come a sinistra, hanno finito per aggregarsi – finendone totalmente subalterni – alle due coalizioni contrapposte pur misurandone, e pagandone, i limiti e le contraddizioni.

In questi anni – ed agli inizi in grande solitudine – abbiamo sentito tutto il peso della ritrosia, dello scetticismo e, persino, della contrarietà ad impegnarsi con un’impronta di autonomia in grado di marcare distinzioni e distanze con culture, visioni e sentimenti, e metodi di gestione della cosa pubblica, discosti da quelli del popolarismo e da una politica pienamente liberal democratica.

Come abbiamo spesso detto, è necessario prepararsi per tempo ai cambiamenti che le vicende storiche rendono sempre possibili. E, quindi, bene abbiamo fatto finora a perseguire con tenacia e determinazione un lavoro di raccordo con tutte quelle entità, ufficiali e non, organizzate o meno che siano, per tenere viva la possibilità di creare un “baricentro” politico e sociale attorno al quale allontanare sempre più il Paese dalla stagione delle divisioni preconcette. Con l’obiettivo principale di reimmettere nella società italiana e nelle istituzioni importanti dosi di solidarietà richiamando, anche per questo, la gran parte degli elettori sempre più lontani dalle urne.

Nonostante i già evidenti limiti, dobbiamo prendere l’avvio del dibattito e del confronto sulla nuova Legge elettorale come squilli di tromba che possono richiamare alla riscoperta di antiche e nuove passioni civili un mondo fino ad oggi, e per lungo tempo, lasciato ai margini.

Giancarlo Infante

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