Da oltre tre decenni a questa parte, stiamo sacrificando la rappresentanza al “totem” della governabilità.
Questo rovesciamento dei termini della questione, non ha significativamente premiato quest’ultima, ma compromettendo la prima ha sicuramente concorso ad impoverire l’ affidabilità della politica e favorito, per la sua parte, l’astensionismo.

C’è un ordine logico delle cose, infatti, tale per cui andrebbe riconosciuto come la rappresentanza – cioè la raffigurazione trasparente, nelle sedi istituzionali, di quanto avviene nell’ anima e nel corpo del Paese, colto nell’ immediatezza del suo dato di realtà e non distorto da previe ipoteche ideologiche – preceda la governabilità, cosicché quest’ ultima altro non sia se non una funzione della prima. E non viceversa, come abbiamo creduto di poter fare, piegando alla governabilità – o meglio alle ragioni del potere esecutivo – una sostanziale contraffazione della rappresentanza, secondo un’astratta dottrina politologica che non ha compreso come, in un Paese a tutti gli effetti plurale qual’ è il nostro, l’ agognata e virtuosa “alternanza” si sarebbe rovesciata, come puntualmente è avvenuto, in una irrevocabile, esiziale e cieca “alternatività”, con tutto quel che tuttora ne consegue.

In fondo, è esattamente qui, su questo crinale delicato e friabile, verso cui convergono e laddove si incontrano rappresentanza e governabilità, che si gioca la partita: se un certo ordinamento politico-istituzionale possa permanere nel campo delle democrazie liberali oppure sia destinato a scivolare nel novero delle autocrazie.
Non c’è, dunque, da sorprendersi che il tema si ponga – anzi, ne rappresenti il cuore problematico – anche a fronte di una proposta di nuova legge elettorale che prevede un abnorme “premio” – in quanto a seggi attribuiti, che si aggiungono a quelli conquistati sul campo – alla coalizione che almeno raggiunga solo il 40% dei consensi.
Si tratta di una condizione che si perpetua da troppo tempo e che oggi, evidentemente, si vorrebbe addirittura implementare, per quanto rechi un grave pregiudizio alla centralità del Parlamento ed alla democrazia rappresentativa. Anzi, è esattamente quest’ultimo l’ obiettivo, che, sostanzialmente, rientra in una linea diretta a privilegiare il potere esecutivo a detrimento del legislativo, codificando formalmente lo stato di prostrazione in cui, di fatto, già oggi versa il Parlamento.

Il tutto, nell’orizzonte di un disegno – non a caso all’ordine del giorno anche del prossimo referendum sulla riforma della giustizia – orientato a ridisegnare i confini tra i poteri dello Stato, al di là ed al di fuori di quanto detti la Costituzione della Repubblica. Insomma, cerchiamo di essere consapevoli del fatto che la destra ha in mente un disegno strategico, finalizzato alla propria egemonia, più lucido di quanto comunemente noi pensiamo.
Tale da dover essere contrastato su un piano altrettanto strategico – che sia, cioè, espressione di una vera e forte cultura politica – piuttosto che su quelle delle chiacchiere in cui eccelle il cosiddetto “campo largo”.

Domenico Galbiati

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