La vicenda delle regionali sta andando secondo logica. Il centrosinistra si compatta memore dei recenti successi in altre recenti simili appuntamenti dove il gioco di squadra è risultato vincente. E soprattutto, al contrario, memore del risultato delle elezioni del ’22 che ha lasciato il segno.
Per giungere a questo risultato – cosa che indubbiamente segna un punto a favore di Elly Schlein, ma anche di Matteo Renzi che ha perso le iniziali illusioni su un rapporto possibile con Forza Italia, allora guidato ancora da Silvio Berlusconi – sono stati ingoiati molti rospi amari e messa la sordina a divisioni non di poco conto. Su tutte, le questioni del riarmo europeo, come ha appena confermato l’ordine sparso con cui le opposizioni sono andate a parlarne in Parlamento. Del resto, è questo un male comune perché anche la maggioranza, per non fare esplodere le proprie divisioni in maniera plateale, è giunta a non presentare alcuna risoluzione. Si va quindi avanti tutti assieme, appassionatamente!
A sinistra, in realtà, lo spettacolo stava per finire in modo indecoroso, soprattutto in Campania e nelle Puglie. Messo in scena dai famosi “cacicchi” – quelli che la Schlein voleva ridurre al silenzio – con in quali è stato necessario trovare, invece, un compromesso. E il caso di Decaro conferma che “Parigi val bene una Messa”: nell’occasione, il dovere accettare la candidatura di Niki Vendola – addirittura come capolista di Avs- che l’attuale candidato a ritornare a Bari come Presidente della Regione non voleva.
Ma queste considerazioni sono un lusso astratto che può permettersi solo chi ha avuto modo di vivere i tempi di quando, come si usa dire, la politica era una cosa seria. Così come è un lusso quello di storcere la bocca di fronte al costume di presentarsi al voto in un certo ambito – in questo caso quello europeo – e poi lasciare dopo pochi mesi per correre altrove abbandonando il seggio cui si è stati mandati da mezzo milione di elettori. Comunque, questi sono i nostri tempi e la nostra politica dell’oggi. E, comunque, il centrosinistra è già ai nastri di partenza pronto a provare di dare un’altra spallata a livello regionale, dopo i successi di Sardegna e dell’Umbria.
A destra ancora si arranca, ma è sicuro che, come dicono spesso loro, riusciranno a “trovare la quadra”. Da un lato, Matteo Salvini vuole preparare subito tutto il pacchetto per portare a casa la conferma della guida leghista del Veneto e concludere al più presto la vicenda Zaia, delicatissima per lui e l’intera Lega. Giorgia Meloni, invece, tra una foto con Trump e una polemica con Macron, vuole rinviare al dopo voto nelle Marche. Forse perché, se dovesse perdere nella terra del Leopardi, avrebbe più forza per insistere, poi, nel Veneto con una candidatura di qualcuno di Fratelli d’Italia i quali si fanno forte di una grande avanzata registrata anche in terra leghista.
Le regionali del prossimo autunno rischiano di rivelarsi molto più importanti di quanto non sia oggi avvertito. I risultati, infatti, ci potrebbero portare in un territorio che andrebbe oltre la normale sistemazione degli assetti locali che riguardano Valle d’Aosta, Marche, Calabria, Toscana, Campania, Veneto e Puglia.
C’è stato a lungo tutto un fervore sotterraneo che riguarda il cambiamento della Legge elettorale. Sullo sfondo il futuro. Cui qualcuno lavora con una prospettiva completamente diversa da quella che concerne gli attuali equilibri politico parlamentari. Ora se ne comincia a parlare più apertamente. Come ha appena fatto il responsabile Programma di FdI, Francesco Filini, che annuncia colloqui al riguardo con il Pd. E Filini sembra farlo anche con una patina di minaccia nei confronti dei propri alleati a destra. All’interno di un ragionamento che non sembra dare affatto per scontato che il Veneto resti in mano alla Liga veneta dopo Zaia. Così il presente ed il futuro s’intrecciano.
Del resto, recentemente su queste pagine, Domenico Galbiati ha registrato l’altrettanto forte fervore con cui ambienti giornalistici, espressione di ben noti interessi economici nazionali ed internazionali, vogliono provare a giocare la carta della “democristianizzazione” di Giorgia Meloni (CLICCA QUI). Il che significa vederla a capo di un “corpaccione” conservatore moderato più distaccato da quell’ancora più estremista posizionamento, in politica interna ed internazionale, di Matteo Salvini.
Il punto è che il distacco – più o meno marcato, più o meno sincero – dalla destra ancora più estrema di quanto non siano quelli di Fratelli d’Italia, può essere solo concepito grazie all’introduzione di una Legge elettorale in grado di superare l’attuale forzatura per la quale tutti devono finire a far parte di una coalizione in grado di imporsi nei collegi, soprattutto quelli uninominali, dove nessuno è in grado di vincere da solo. In sostanza, in qualche modo, dev’essere superato il bipolarismo. Come, e se accadrà, non ci è ancora dato saperlo.
E’ una questione complessa e che va avanti da ben prima che partisse questa legislatura. Perché tutti gli inquilini finiti a Palazzo Chigi hanno dovuto scoprire che la famosa “governabilità” – la quale avrebbe dovuto essere assicurata dal Porcellum, prima, e dal Rosatellum, dopo- finisce per essere motivo di continui negoziati all’interno della maggioranza che nel Palazzo più importante di Roma li ha collocati.
Ci sono molte incognite. Tra tutte la disponibilità di Salvini ad infilarsi il cappio al collo e rinunciare ad un sistema elettorale che gli consente di dettare abbastanza legge. Ma ci sono anche altri che l’attuale legge elettorale non vogliono abbandonare perché, per quanto piccoli, oggi sopravvivono solo grazie ad essa.
Per quanto riguarda, infine, il centrosinistra potremmo trovarci di fronte al fatto che anche alla Elly Schlein, a Giuseppe Conte, a Fratoianni e gli altri di Avs, questa Legge elettorale – il cosiddetto Rosatellum- vada abbastanza bene. E così attendono le elezioni autunnali per averne conferma.
Giancarlo Infante