La cultura umanistica e storica della scuola italiana sta affrontando oggi un passaggio epocale, ben più impegnativo delle problematiche sollevate dalle nuove Indicazioni ministeriali.
Quella che si sta profilando per il futuro della persona umana non è una sfida tecnologica ma una epocale sfida antropologica. A questa sfida deve rispondere oggi ogni cultura umanistica e storica. Ha iniziato a porre il problema l’Enciclica di Papa Leone XIV Magnifica Humanitas del 25 maggio “ sulla custodia della persona umana nel tempo della Intelligenza Artificiale”, delineando un quadro grandioso di possibilità e di rischi. Si è dilatato in dimensioni inedite il potere che l’umanità ha su se stessa e ciò rimette in discussione i rapporti dei singoli non soltanto con il proprio lavoro, ma con il proprio modo di pensare, con la propria affettività, con il proprio pensiero, con la propria coscienza, con l’immaginario collettivo. All’AI è opportunamente ricondotta nell’Enciclica persino la nuova guerra globale ibrida e permanente.
Un collegamento essenziale ed utile quest’ultimo, anche per i movimenti per la pace, dove si incontrano talvolta l’impotenza e la sfiducia, che derivano dal vedere la pace come un obiettivo sempre più irraggiungibile, quasi essa fosse possibile solo cambiando o rovesciando il sistema economico, il capitalismo, la finanza, i fondi finanziari, eliminando radicalmente le premesse materiali della guerra.
L’Enciclica ci ricorda invece che il problema oggi sta a monte della finanza e del capitale, una prospettiva più impegnativa forse ma anche più aperta all’azione delle persone comuni, dei “senza potere”. E’ infatti la grammatica della guerra che sta mutando.
“La rivoluzione digitale sta modificando la grammatica dei conflitti. Alla guerra visibile si affiancano forme ibride: attacchi cibernetici, manipolazione dell’informazione, campagne di influenza, automazione di decisioni strategiche. L’IA entra in questi processi come fattore di accelerazione, in un quadro in cui molte tecnologie sono intrinsecamente ambivalenti: ciò che nasce per difendere può essere rapidamente convertito all’offesa, e il confine tra protezione e aggressione tende a sfumare” (Magnifica Humanitas Punto 83).
E poi l’Enciclica ci suggerisce persino i punti e le prospettive su cui agire per costruire una vera cultura della pace “Quando si attenua la memoria storica e si indeboliscono i criteri etici che proteggono i civili e i più fragili, diventa più facile presentare la violenza come necessaria, inevitabile o addirittura “pulita” (Magnifica Humanitas, punto 92) “È in questo clima che l’umanità sta scivolando nella cultura violenta della potenza, dove la pace non appare più come un compito da assumere, ma come un intervallo precario tra conflitti” (ibidem).
Un compito da assumere! Questo è anche il compito che si possono e i devono assumere oggi la cultura umanistica a partire dalla cultura storica. La dilagante neo-cultura della guerra regge essenzialmente sull’idea che siamo dominati da una sorta di regno assoluto della necessità. Siamo asserviti dal mito di un “percorso inevitabile” del “progresso delle tecnologie” che non può essere guidato o orientato dalla responsabilità personale o collettiva, un mito che distrugge sogni cultura delle possibilità umane.
Questo mito, che concentra tutto ciò che è positivo e “salvifico” esclusivamente nell’ universo tecnologico ( la pace attraverso la forza ed il riarmo), alimenta per converso una regressione cognitiva morale e persino relazionale. La connessione impersonale subentra alla relazionalità personale dell’ essere umano, ridotto ad “atomo” a entità individuale ed auto-centrata, rendendolo soggetto di un imbarbarimento crescente. . La competizione assoluta tra le persone e tra le comunità appare il vero tessuto ideale della realtà, secondo alcuni, la “condizione di natura” di una competizione permanente che comporta solo rivalità e pericoli. Un “mito” che è elemento di forza ma anche di debolezza se riusciamo a smascherarne il carattere falso e menzognero.
Se smascheriamo cioè la “ logica della competizione armata, che oggi non è più solo militare ma economica e cognitiva”. Precisando poi che “ essa è la corsa all’algoritmo più performante e alla banca dati più vasta, al fine di consolidare un vantaggio geopolitico o commerciale su tutti gli altri. Disarmare vuol dire rompere questa equivalenza tra potenza tecnica e diritto di governare. Disarmare non significa rinunciare alla tecnologia, ma impedirle di dominare l’umano” (Magnifica Humanitas, 110). Essenziale perciò separare il diritto a governare da chi detiene il potere tecnologico, in altre parole solo una democrazia responsabile e pienamente rappresentativa può servire la pace.
Potremmo concludere che l’ “umano”- che oggi pare ritirarsi di fronte ai genocidi aperti ed ai poteri privi di limiti- può vivere solo se esiste uno spazio della possibilità e quello spazio può esistere solo quando il presente dialoga col passato, quando si selezionano dal passato le risorse migliori, quando esiste una cultura storica anche nelle sue componenti più elementari, quando quelle conoscenze storiche consentono di costruire limiti ragionevoli alla potenza e si umanizza il progresso. Così è nato il costituzionalismo moderno, così si sono affermati i diritti umani, le istituzioni internazionali che hanno per un cinquantennio almeno garantito la pace tra le potenze e gli Stati e si è formato il “continente culturale” che da secoli chiamiamo Europa. E che qualcuno oggi vorrebbe ridurre ad un fortilizio corazzato.
Così è stato anche per la Repubblica italiana che nel 1946 non nacque da alcun astratto progetto giuridico né da una cieca volontà di cambiamento, ma dal grande patrimonio culturale italiano costruito nei secoli, il senso mazziniano del dovere, l’idea di una libertà legata alla responsabilità, il concetto di patria come costruzione ideale, l’uso libero e comunicativo della parola, l’idea di un limite “repubblicano” al potere “democratico”, essenziale per tutelare i diritti, l’eguaglianza formale e sostanziale legata alla tradizione socialista, la dignità e la priorità della persona espresse dalla tradizione cattolica. Così è nata l’unica vera repubblica italiana che abbiamo, quella che poi ha prodotto la Costituzione.
Le due immagini bibliche con cui si apre l’ Enciclica sono allora estremamente emblematiche per chiarire il rapporto tra cultura storica e progresso tecnologico. La torre di Babele costruita con una tecnologia “avveniristica” ed omologante, priva di radici, da uomini che mirano essenzialmente a garantirsi stabilità e potere è destinata alla rovina. Le mura di Gerusalemme ricostruite da Neemia con i “mattoni della storia”, dai legami umani ricostruiti e dalle responsabilità condivise, sono quelle destinate a restare. Solo la cultura storica consente il progresso che serve e che resiste, quello “dal volto umano”. E’ uno degli annunci dell’ Enciclica, una luce che squarcia il buio più fitto, anche quello creato dai massacri e da guerre che paiono, ma non sono, permanenti.
Umberto Baldocchi