La vicenda Trump‑Meloni ci consegna l’immagine di una premier finita in una vera e propria trappola. I sovranisti che l’avevano consacrata come icona, ormai la considerano una “globalista”, come ha denunciato senza mezzi termini Steve Bannon (CLICCA QUI). L’Europa, dall’altra parte, continua a guardarla con diffidenza, come dimostrano le sue difficili relazioni con l’E3, Francia, Regno Unito e Germania. Ma è quello il vero ambito in cui si decidono anche le sorti di Giorgia Meloni, non solo la linea strategica del continente. Adesso, l’Iralia ci rientra con la Polonia, con un imbarazzante ritardo.

La querelle con il Segretario generale della Nato, Mark Rutte, sull’uso delle basi americane in Italia (CLICCA QUI) rischia di aprirle un altro fianco scoperto. Perché la domanda e la risposta non sono senza conseguenze: abbiamo aiutato o no gli americani e gli israeliani a bombardare l’Iran? Qualunque sia la risposta, l’immagine della “lady di ferro” italiana, tutta d’un pezzo, ne esce incrinata per il combinato disposto di ciò che emerge dal j’accuse di Trump, le sue risposte e le rivelazioni di Rutte. Una leader forte non si lascia smentire dagli alleati, né si fa trascinare in un gioco in cui ciascuno degli attori segue un copione diverso. E in questo, come ci diceva ieri il professor Sacco (CLICCA QUI), il paragone con la vicenda Sigonella di Craxi e Andreotti è  del tutto insostenibile.

Sul fronte interno, la situazione non è meno complessa. Più Giorgia Meloni ha accondisceso all’Europa — anche per i vincoli imposti dalla situazione economica italiana e dal Debito pubblico— più è stato pompato il fenomeno Vannacci. Un segnale chiarissimo: una parte del suo mondo, quello dell’antieuropeismo  – quel coacervo di forze, nostalgie e interessi che potremmo definire come l’area di “convergenza” Trump‑Putin – la percepisce ormai come troppo moderata, troppo istituzionale, troppo legata a Bruxelles. E quando un leader perde la fiducia del proprio campo, la sua forza politica si sgretola dall’interno.

Meloni si trova dunque stretta tra più morse: i sovranisti che la accusano di tradimento, l’Europa che non la considera una pari, gli alleati internazionali che la espongono a smentite imbarazzanti, e un’opinione pubblica che inizia a percepire le crepe nella sua immagine che qualche ardito era giunto a paragonare a quella di Margareth Thatcher.

È azzardato, lo so, ma il paragone storico che forse dovremmo avventurarci ad esplorare è semmai un altro, in relazione alla profondità del momento. Un altro leader, di ben altra sostanza culturale e politica, si trovò in una situazione simile: Enrico Berlinguer. Anche lui, a un certo punto, fu schiacciato tra pressioni esterne e interne. Da un lato, il carico di minacciosi avvertimenti collegati al caso Moro, e i conseguenti e successivi tracolli elettorali alle amministrative in Campania. Il PCI fino ad allora inarrestabile cominciava ad avere paura del “logoramento”. E così si concretizzava l’ombra della scissione fomentata dal Partito comunista russo, dall’altro. Scissione per la quale  l’Unione Sovietica – almeno si raccontava in quei giorni- pare avesse già individuato l’uomo giusto: Armando Cossutta. Berlinguer, cresciuto nel culto del partito, ebbe paura di assumersi la responsabilità della rottura irrimediabile e definitiva. Era stato l’uomo del “compromesso storico”, della scelta dell’ombrello Nato, del “comunismo all’italiana”. Ma al momento decisivo, correva l’anno 1981, si rifugiò nella “Questione morale” per tirarsi indietro, senza perdere la faccia con i suoi, da un processo di trasformazione che sarebbe comunque arrivato pochi anni dopo, con la caduta del Muro di Berlino.

Meloni non è Berlinguer, e non potrebbe esserlo. Constatando il diverso peso specifico culturale dei due, si può dire che la dinamica psicologica è, forse, sorprendentemente simile. Anche lei è radicata in una cultura politica che non riesce a superare. In lei, inoltre, c’è un tasso di nostalgia in più e il vivere di slogan e di portare quel concetto pre/politico – d’impronta populista – dell’identità come bandiera. In effetti, una cultura ed un metodo, più che sostanza, che ti fanno stare sui giornali e sulle televisioni, ma che non sempre pagano. Lei non riesce proprio a staccarsene ed è questo, soprattutto, che a lungo andare, l’ha fatta finire in trappola. E così già boccheggia, come il PCI boccheggiò dalla “Questione morale” al 1989. E ci sta bene un aforisma: troppo cambiata per essere quella di prima, troppo immobile per diventare quella di dopo. Giorgia Meloni è più che radicata nel passato, e forse dell’immagine che pensa di avere costruito di sé, da non riuscire neppure a considerare l’apertura di un capitolo nuovo.

La celebre frase di Enrico di Navarra – poi Enrico IV Re di Francia – “Parigi val bene una messa” è sempre stata avvolta da un alone di cinismo e di opportunismo. Ma venne pronunciata da un uomo colto che era stato capace, da ugonotto, di conciliare la rigida cultura calvinista con l’Umanesimo rinascimentale cattolico. Quella espressione  significò chiudere oltre tre decenni di sanguinose guerre di religione. Ed è probabile che un uomo meno educato culturalmente di Enrico non ci sarebbe riuscito.

Dice un vecchio adagio, diffuso un tempo soprattutto nelle regioni meridionali, che “ognuno fa le zeppole con la farina che ha”. E così Giorgia Meloni prova a sfuggire dalla trappola afferrandosi alla ciambella della nuova Legge elettorale. Cerca di non pagare dazio a nessuno, né alla destra internazionale che l’ha abbandonata né a quella interna oramai chiaramente presa dietro Vannacci. Ma questa scelta disperata per una sorte di “autarchia” politica dove la porterà ? E noi italiani, con lei?

Giancarlo Infante

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