Con un doppio annuncio si è aperto il Vertice Nato di Madrid, La Turchia eviterà il veto contro l’ingresso di Finlandia e Svezia all’ingresso  e,  stando alla dichiarazione del Segretario generale, Jens Stoltenberg, la Russia sarà dichiarata un “nemico”. L’invasione dell’Ucraina ha fatto tornare la lancetta dell’orologio di almeno trent’anni indietro. Stoltenberg ha anche reso noto che l’Alleanza del Nord Atlantico si doterà di una forza di pronto intervento composta da 300 mila uomini. Un bell’aumento rispetto ai 40 mila di oggi.

Significativo che l’annuncio di Stoltenberg sia giunto proprio a ridosso della riunione in Germania del G7. Segno di come, nonostante evidenti siano le differenti sfumature all’interno del gruppo dei leader delle sette nazioni più industrializzate del mondo, una sostanziale convergenza sia stata raggiunta. O che le divergenze non siano giunte al punto di frenare l’atteggiamento dei vertici della Nato tutti orientati a non abbandonare il “tavolo da gioco” che si potrebbe pure definire “da poker” allestito con Putin. Con tutti i bluff,  i sotterfugi e i clamorosi annunci cui stiamo assistendo da entrambe le parti, e che purtroppo riguardano anche l’uso di nuove e più terribili armi di distruzione.

Vladimir Putin è riuscito a far rinascere la Nato che, soprattutto dopo il vergognoso abbandono dell’Afghanistan, vergognoso soprattutto con le modalità con cui è stato effettuato. Il “modo ancor mi offende” potrebbero dire i tanti afghani lasciati inermi nelle mani dei talebani perché non servivano più.

La Nato non solo è rinata. Sembra addirittura riprendere maggior vigore in un modo che, forse, non convince pienamente tutte le cancellerie dei paesi che ne fanno parte. A partire di molte di quelle europee. E’ ancora da stabilire che paesi come la Francia e come la Germania guardino con  convincimento a talune idee di farne uno strumento  “globale” e prevedere, ad esempio, che possa finire ad occuparsi anche dell’area indo -pacifica, come sovente sostengono il Primo ministro britannico Boris Johnson e la sua ministra degli esteri, Liz Truss, sempre più impegnata a ritagliarsi un ruolo da una “Mrs Thathcher” di trent’anni dopo.

Che il dibattito sia in corso è evidente. Lo si evince dalle differenze di sensibilità mostrate da molti europei rispetto alla triade Usa – Regno Unito – Canada. In particolare, da Parigi e Berlino, mentre noi italiani dobbiamo impegnarci in un certo slalom per non allontanarci dagli uni e dagli altri.

Ma il dibattito è intenso in tutti gli ambienti che si occupano di politica estera e che hanno il senso della complessità che una questione quale quella dell’Ucraina richiama. In essa si intrecciano motivi di geopolitica, d’immagine, di scontro economico e di controllo di larghe aree del mondo che vanno ben al di là della dimensione geografica del Donbass o della stessa intera Ucraina. Poi, nel furore della polemica si sono inserite antiche questioni quali quella del senso di accerchiamento che la Russia ha sempre vissuto, quella dell’autodeterminazione di popoli che mischiatisi con altri alternano periodi di convivenza con drammatiche esperienze di duro e sanguinoso conflitto. Chi ha dimestichezza con il vigore letterario di Ivo Andrić vi ritrova molto, nonostante lo scrittore croato c’immerga nella storia della Bosnia e dei Balcani.

L’annuncio di Stoltenberg che la Russia torna ad essere “nemica” cozza, ad esempio, con le opinioni di un tipo non certo tenero come fu, ed è tutt’ora, Henry Kissinger, secondo il quale è quello il sentimento da evitare. Non si tratta di riscoprire un “nemico”, cosa destinata davvero a ridisegnare il mondo per i prossimi decenni e, soprattutto, a farci tornare nell’immediata prossimità di un conflitto nucleare come non ci si trovava da sessant’anni. E forse in maniera più fondata e più nel novero delle probabilità rispetto a quanto non fu ai tempi dello scontro sui missili russi trasportati a Cuba.

L’obiettivo principale, ci dice l’ex Segretario di stato Usa, che certamente non può essere rimproverato di non aver subordinato il quadro mondiale agli interessi degli Usa, ma anche a quelli dell’intero Occidente, dev’essere quello di difendere gli Ucraini, ma con la determinazione sufficiente a limitarsi ad ottenere il ritorno dei russi al di là dei propri confini.

Certo, alle trombe di Stoltenberg risponde da Mosca Dmitrij Anatol’evič Medvedev con le sue campane costantemente rintoccanti sulla minaccia dello sbocco nucleare del conflitto. Continuando così tutto diventa possibile ad esclusione di quel negoziato di cui molti parlano. Anche le parole contano. Per quanto ci riguarda, continuiamo a fare nostre le riflessioni di Papa Francesco secondo il quale, nonostante l’evidenza attuale dei fatti, è comunque  possibile parlare di una Europa che vada da Lisbona a Mosca. Nelle cose bisogna crederci ed essere coerenti, costanti e misuratori attenti di gesti e di parole.

C’è infine da valutare quanto l’idea di una Nato “globale” tenga conto di una serie di riorganizzazioni in atto in alcune aree strategiche del mondo. Come quella organizzata in funzione anticinese con l’alleanza “Aukus” dell’area indo – pacifica, con la partecipazione di Stati Uniti, Regno Unito e Australia,  e l’altra in corso di formazione nella Penisola arabica, cui è giunta la disponibilità in questi giorni anche da parte della Giordania.

Per non parlare, poi, ed è ciò di diretto ed urgente interesse dei popoli del Vecchio continente, della prospettiva della creazione di una difesa comune europea. Un’araba fenice da decenni, ma che sembrava aver trovato finalmente delle ali idonee almeno a battere i primi colpi d’ala.

Giancarlo Infante