La recente posizione del governo italiano di fronte alla “coalizione dei volenterosi” – che include Francia, Germania e Regno Unito – nel contrasto alle ambizioni espansionistiche di Putin rivela, ancora una volta, i limiti strutturali della nostra democrazia. Mentre i partner europei si preparano a una deterrenza più decisa, l’Italia mantiene una posizione di cautela che tradisce un’esitazione politica profonda, sintomo di equilibri interni precari e di una maturità democratica ancora incompiuta. Questa prudenza non nasce da una scelta strategica ponderata, ma dall’incapacità del sistema politico italiano di esprimere una linea di politica estera coerente e duratura.

La presenza della Lega nel governo, con le sue storiche simpatie filorusse e i suoi distinguo su ogni decisione di sostegno all’Ucraina, costringe l’esecutivo a navigare tra compromessi che indeboliscono la credibilità internazionale del Paese. È emblematico che un partito in costante calo nei consensi riesca ancora a condizionare le scelte di questo governo, rivelando quanto sia fragile l’architettura delle nostre maggioranze politiche.

I fantasmi del passato che condizionano il presente

La democrazia italiana porta ancora i segni di una nascita traumatica. A differenza delle democrazie consolidate del Nord Europa, cresciute attraverso evoluzioni graduali e riforme progressive, l’Italia repubblicana è nata dalle ceneri di una dittatura e da una guerra civile mai del tutto elaborata. Questo passato emerge prepotentemente ogni volta che il Paese deve affrontare scelte che richiedono coraggio e determinazione internazionale. Francia, Germania e Regno Unito hanno costruito nel tempo istituzioni democratiche robuste, capaci di resistere alle tentazioni populiste e agli estremismi. In questi paesi, i partiti antieuropei o filoautocratici rimangono confinati ai margini del sistema, senza mai riuscire a condizionare le scelte strategiche nazionali. L’Italia, invece, continua a offrire spazio politico a forze che mettono in discussione i pilastri della democrazia liberale e dell’integrazione europea.

La parabola del Movimento 5 Stelle, rapidamente sostituito nei consensi dell’antipolitica dalle formazioni di estrema destra, testimonia quanto sia instabile il nostro panorama politico. Il successo di figure come il generale Vannacci dimostra che l’Italia fatica ancora a costruire anticorpi democratici efficaci contro derive autoritarie, xenofobe e nazionaliste.

Verso una democrazia compiuta: il difficile cammino dell’Italia

La questione ucraina mette a nudo tutte le contraddizioni del sistema politico italiano. Mentre i nostri partner europei sanno che difendere la sovranità di Kiev significa difendere i principi su cui si fonda l’Unione Europea, l’Italia si trova paralizzata da calcoli di politica interna che antepongono la sopravvivenza del governo alla coerenza internazionale.

Per raggiungere una democrazia compiuta, l’Italia deve affrontare alcuni nodi strutturali. Primo: la stabilità istituzionale. Le democrazie mature sanno esprimere maggioranze parlamentari che durano, governi che possono permettersi di assumere posizioni impopolari quando necessario. Secondo: la cultura politica. In Francia o in Germania, l’estrema destra può vincere elezioni locali, ma non riesce mai a egemonizzare il dibattito pubblico o a ricattare i governi. Terzo: la responsabilità delle élite. Nei paesi democraticamente maturi, la classe dirigente sa distinguere tra interesse nazionale e interesse di parte.

La democrazia italiana ha compiuto enormi progressi dai giorni bui del fascismo, ma resta ancora un laboratorio incompiuto. La politica estera – dove si misurano la credibilità e la maturità di un Paese – continua a riflettere queste fragilità interne. Solo quando l’Italia saprà esprimere una classe dirigente capace di anteporre l’interesse nazionale agli equilibri di coalizione, potrà finalmente sedere al tavolo delle grandi democrazie europee con la dignità che la sua storia e la sua cultura meriterebbero.

La strada verso una democrazia compiuta è ancora lunga, ma ogni crisi internazionale come quella ucraina offre al Paese l’opportunità di scegliere se rimanere prigioniero delle proprie contraddizioni o compiere quel salto di qualità che la storia e i cittadini italiani, a volte scettici e a volte fiduciosi, da troppo tempo aspettano.

Michele Rutigliano

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