La scorsa settimana, la sezione di Milano dell’ AMCI ( Associazione Medici Cattolici Italiani) ha diffuso un documento in cui, riflettendo sulla pandemia in Lombardia, propone, rivolgendosi,  attraverso l’Ordine dei Medici, alla generalità dei colleghi, importanti riflessioni sul nostro sistema sanitario e sulla sua possibile e necessaria evoluzione.

Penso che tale presa di posizione debba essere considerata, anzitutto, un tributo di riconoscenza ai tanti medici che hanno letteralmente – come lo si diceva un tempo dei soldati in guerra – lasciato la vita al fronte, nella trincea della loro ultima battaglia.

Non è retorica dire che quell’ “alleanza medico-paziente” che è pur sempre, anche nella crescente “tecnologizzazione” della medicina, il punto focale della clinica e spesso si spinge fino a rappresentare una autentica “comunità di destino”, questa volta sia addirittura andata oltre ogni limite, al di là della vita.

Il documento può essere letto anche secondo una chiave di interpretazione di ordine politico, cercando di cogliere quegli aspetti che derivano dall’affermazione che lo sorregge per una ritrovata centralità della persona come tale nel nostro sistema di difesa e promozione della salute. Appunto da “promuovere”, prima ancora di essere difesa. 

Ma, per andare alle cose concrete, cosa significa “centralità della persona” in medicina? È solo uno slogan o una pia intenzione che acquieta la coscienza, ma poi non sa bene come tradursi in atto?

Significa, anzitutto, ad esempio, “continuità terapeutica”, cioè una modalità organizzativa dei servizi commisurata non ad una astratta efficienza degli apparati, cioè dei vari livelli di erogazione delle prestazioni, in buona misura separate e distinte, ma piuttosto calibrata sulla “storia naturale” della malattia, sulle fasi che si succedono nel suo decorso, sulla capacità di seguirne, in continuità, lo sviluppo e di contrastarne il cammino, secondo una logica ininterrotta e consequenziale, tramite una forte integrazione tra medicina territoriale, medicina specialistica e diagnostica avanzata, medicina ospedaliera e fase riabilitativa, ove anche quest’ ultima si rendesse necessaria.

D’ altra parte la “ratio” della 833, rivoluzionaria legge che istituisce il “servizio sanitario nazionale” a copertura universalistica della domanda di salute, è incentrata sul concetto di integrazione e da lì trae la sua forza, tuttora attuale, al di là di quanto, per più aspetti, sia stata disattesa.

Integrazione tra educazione alla salute e prevenzione; tra quest’ultima, cura e riabilitazione; tra medicina ed assistenza; tra territorio ed ospedale; tra avanzamento tecnologico e riscoperta della “competenza clinica” nel senso forte del termine; tra clinica e ricerca; tra competenza specialistica sempre  più articolata e capacità di riportare a sintesi il quadro nosografico; tra innovazione diagnostico-terapeutica e riflessione bioetica; tra sanità pubblica e sanità privata.

Incidentalmente, ma non tanto, va osservato che la 833 viene approvata dal Parlamento il 23 dicembre 1978, lo stesso anno in cui – il 13 maggio, quattro giorni dopo la morte di Aldo Moro – è già stata varata la legge 180, la cosiddetta “legge Basaglia” che riforma radicalmente l’assistenza psichiatrica nel nostro Paese.

Insomma, c’è stato un tempo in cui le riforme si sono fatte, in contesti politici drammatici e con provvedimenti legislativi che hanno rappresentato vere e proprie conquiste di civiltà, non a caso apprezzate, studiate e spesso, soprattutto la 180, copiate in tutto il mondo.

Peraltro, il concetto di “integrazione” rende conto di una pluralità di altri profili che riguardano la salute pubblica e quella personale di ciascuno.

Dall’ambiente, alla cultura, alle condizioni sociali, c’è una vasta pluralità di fattori che concorrono allo stato di salute delle popolazioni e di tutti va tenuto presente l’intreccio e la reciproca dipendenza. Lo stesso concetto di salute va integrato, soprattutto dopo la vicenda Covid, in cui siamo tutt’ora immersi. Non basta più definirla secondo una serie di parametri che danno conto della condizione fisica, sensoriale, psichica e di benessere sociale del soggetto.

La salute è anche padronanza e consapevolezza di sé, attitudine a comprendere le proprie potenzialità ed i propri limiti. Non è più solo un diritto, bensì, quanto più abitiamo una realtà complessa, diventa anche e forse soprattutto un “dovere” ed il contagio lo mette molto bene in evidenza.

Questo, a sua volta, allude alla necessità di transitare da una cultura della salute in cui il cittadino assume una posizione sostanzialmente passiva, come destinatario ed ultimo fruitore di determinate prestazioni erogate dal “sistema” al momento del bisogno, ad un ruolo che sia, invece, attivo, di presa in carico personale, e non solo nel senso restrittivo degli stili di vita, del proprio progetto di vita.

Questa è, d’altra parte, la condizione di base perché un sistema sanitario che pone tutti i cittadini sullo stesso piano ed a tutti garantisce la copertura della domanda di salute, possa essere ancora sostenibile. Ma se vogliamo restare nel registro dell’ “integrazione” come criterio-guida che ci consenta di penetrare dentro la complessità del fenomeno “salute” e degli strumenti istituzionali e tecnici necessari a presidiarla, c’è un ulteriore livello, il più arduo da considerare, che concerne la capacità di integrare vita e malattia.

O meglio, l’ attitudine a riportare la malattia dentro l’orizzonte di un senso compiuto della vita, superando il sentimento alienante di una frattura che, nella società votata al successo, ai valori estetici ed alla valorizzazione della corporeità, spesso viene avvertita come radicale ed insuperabile. Insomma, in misura crescente la salute ha un costo, ma non ha prezzo.

Ed ha ragione chi sostiene che le risorse pubbliche destinate alla sanità debbano, dunque, essere ritenute non consumi, bensì un investimento, soprattutto se inserite nella logica di una rete che, a sua volta, produce risorse, secondo una intenzione generativa.

Domenico Galbiati

 

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