Ad Ernesto Ruffini, che domani riunisce a Roma i comitati locali del suo movimento, auguriamo che vada decisamente avanti per la sua strada.
La proposta di Ruffini rappresenta una novità politica, per almeno due ragioni. Si colloca al di fuori del perimetro asfissiante del “bipolarismo maggioritario”, secondo un indirizzo di autonomia, di schieramento e di programma. Assume, come destinatari del suo appello, sicuramente, come dev’essere, le forze politiche ed i corpi intermedi della società civile, ma, infine, i cittadini, gli elettori, invitati, ciascuno singolarmente, a farsi carico, in prima persona, della propria diretta ed immediata responsabilità nei confronti del Paese.
Chiamati, dunque, ad essere protagonisti, ad esercitare la personale capacità critica e l’ autonomia di giudizio in cui si sostanzia la loro libertà.
Questo nuovo orientamento, se perseguito con la dovuta determinazione, rappresenta la condizione “sine qua non ”perché la “persona” – al di là delle tante giaculatorie retoriche e delle astratte petizioni di principio, così spesso evocate nell’area cattolica, ma non solo – sia davvero il “baricentro” del discorso pubblico. Il punto di tenuta e di equilibrio, la misura che consenta di apprezzare o meno un certo indirizzo politico e le declinazioni programmatiche che ne derivano.
Ci auguriamo che Ruffini non si faccia irretire nelle ragnatele di un sistema decotto, nel quale oltre metà del Paese non si riconosce più. E non badi alle chiose ed ai commenti, alle interpretazioni interessate o capziose, ai moniti ed alla blandizie, alle mene di molti che l’hanno visto arrivare e non aspettano altro che poterlo omologare al sistema e neutralizzarne il possibile ed eventuale ruolo di destabilizzazione dell’ ordine costituito.
Ordine ed architettura di un sistema giunto al capolinea. Eppure tenacemente difeso da destra, sinistra e, con loro, da sedicenti centristi che continuano a blindarlo. Concordemente più di quanto non lasci intendere la lite quotidiana che, di fatto, vela la reciproca e comune convenienza. Essendo, se non altro, per ciascuno dei suddetti, che, di volta in volta vincano o perdano, una garanzia di sopravvivenza.
Domenico Galbiati