Agli occhi di uno come Trump la guerra – a parte i buoni affari dell’industria bellica “made in USA” – ha il fastidioso inconveniente di costare e di costare molto. Eppure, l’America trumpiana ha, forse, infine, compreso che c’è un limite oltre il quale anche l’enorme dispiegamento della sua potenza militare ed economica si inceppa.
Se ci si isola in un abbraccio mortale con Israele, se si sostiene incondizionatamente una causa che suscita sdegno morale in mezzo mondo, se non si sa fare altro che ostentare i muscoli , brandire la forza ed avallare la violenza, si smarrisce l’affidabilità necessaria ad intrattenere rapporti strutturati e credibili con paesi, a quel punto, inevitabilmente risucchiati nell’orbita cinese.
Trump ha condiviso la guerra di Netanyahu. Non solo a conferma della antica, mai interrotta, solidale alleanza con Israele, ma anche perché è stata anche la “sua” guerra, diretta a sferrare un colpo di maglio, per riconquistarvi un ruolo egemonico, su quel Medio Oriente che è, ad un tempo, un nido di vespe, perenne fonte di inquietudine nelle relazioni internazionali, ma anche l’area del mondo in cui vi è la piu’ alta concentrazione di risorse energetiche e, contestualmente, finanziarie.
Trump ha bisogno di consolidare il fronte ad Est, a costo di concedere l’Europa a Putin e, ad un certo punto, trattenere la furia di Netanyahu e dell’estrema destra religiosa ed integralista che ne sostiene il governo, per potersi volgere, ad Ovest, verso il fronte del Pacifico, dove si gioca la vera partita, con la Cina, l’unico interlocutore con cui non si può buttarla a denari.
In capo alle preoccupazioni di Trump – e comprensibilmente – c’è dunque, la Cina, con la quale ci si gioca non più quest’area di influenza o piuttosto un’ altra, bensì l’egemonia mondiale. Si tratta di una partita che va oltre il confronto militare, ma avviene anche sul piano della cultura e poi della ricerca scientifica e delle tecnologie ed, infine, soprattutto, in ordine al modello istituzionale, politico e sociale destinato a primeggiare nel mondo. In fondo, l’ostentazione del movimento “MAGA” non nasconde, forse, un subliminale, inconscio timore di vedere compromesso il proprio primato?
Quando l’America era forte davvero, era forte e basta, senza bisogno di raccontarselo, come se avesse bisogno che lo specchio la rassicuri e le confermi di essere ancora e sempre la regina e la più bella del reame.
All’America non basta lo spicchio di mondo che pur vorrebbe ritagliarsi, dall’Artico all’Antartide, presidiato dai due oceani che lo fiancheggiano. Sarebbe, come sogna Trump, forse più prospera, ma pericolosamente assediata.
Colombo ha navigato verso l’Est per “buscare” l’Ovest. Trump deve veleggiare da Ovest e circumnavigare il globo per buscare l’Est e cogliere di sorpresa la Cina alle spalle, costringerla tra due fronti e, almeno, contenerla. Un’jmpresa ardua: l’avvio di una nuova fase di supremazia nel mondo oppure, per gli Stati Uniti, l’ultimo canto del cigno ?
E, dunque, infine – tornando a Gaza, ma anche a KIEV, e dovunque vi sia un focolaio di guerra nel mondo – meglio gli affari che spostano il conflitto su un piano altro, che non sia lo scontro armato. Eppure, fino a che punto una pace vera è monetizzabile?
Domenico Galbiati