Quando un paziente non ha coscienza della propria malattia, la prognosi si fa, di per sé, più severa. Il nostro sistema politico è gravemente malato, ma non lo sa. O finge di non saperlo. In quanto a capacità di rappresentanza dell’effettiva realtà del Paese, è giunto al capolinea.

INSIEME lo sostiene fin dai suoi primi giorni e, non a caso, ha ritenuto ed ancora ritiene che il Paese abbia bisogno di una forza politica autonoma da ambedue i poli. Cioè, non solo di una alternativa alla destra “nel sistema”, ma anche di un’alternativa “di sistema” che liberi il Paese dai lacci di una conflittualità tenace e sorda – in buona misura indotta dalle leggi elettorali maggioritarie – che sta progressivamente soffocando la democrazia in Italia. Ed è ancora attorno a questo concetto, oggi meglio compreso ed accettato da tanti che pur lo osteggiavano, che ruota tutt’ ora la nostra proposta politica. Autonomia non significa, ovviamente, arroccamento autoreferenziale. Ma su questo ritorneremo.

Ad ambedue i poli su cui è fondato – la destra e la sinistra – sta bene così. Almeno su questo la pensano allo stesso modo. Per loro, infatti, la camicia di forza del “bipolarismo maggioritario” è una sorta di assicurazione sulla vita e neppure si sognano di metterne in discussione l’impianto. Difatti – e non è un paradosso – la loro conflittualità è sì esasperata, ma, esattamente in quanto tale, rappresenta pure la condizione necessaria alla loro sopravvivenza. Condizione, quindi, ovviamente ambita da entrambi.

Non a caso, ad esempio, il PD quando aveva pattuito con il Movimento di Grillo il passaggio ad una legge elettorale proporzionale, in cambio del sofferto assenso alla riduzione del numero dei parlamentari, se n’è ben guardato dal riscuotere il pegno ed ha lasciato correre.

Destra e sinistra non si preoccupano neppure lontanamente di riportare al voto quella quasi metà degli italiani che pur vorrebbero, ma si sono stufati oppure hanno, addirittura, maturato, nei confronti della politica, una condizione tale di indolente ignavia, come se la vedessero attraverso un parabrezza appannato. Al contrario, sembrano condividere l’opportunità di giocarsela tra di loro, meglio se in un campo che, via via più ristretto, consenta di tenere meglio sotto controllo, dall’una e dall’altra parte, lo sviluppo della partita.

In definitiva, né gli uni né gli altri vogliono andare a vedere cosa fermenti davvero nel sentimento degli italiani che non votano più. Temono che, ove rientrassero in campo, farebbero saltare lo schema di gioco e magari – non sia mai ! – evocherebbero altri attori, in una partita che, in effetti, è un incontro di “wrestling” piuttosto che un pugilato. E quando la destra accenna ad una nuova legge elettorale mette in campo una variazione sul tema destinata a rinsaldare la sua posizione nel sistema così com’è, e non certo a superarlo.

Così come si presenta oggi, il nostro sistema politico è avvitato su di sé quel tanto che basta perché si blindi da solo, diventi impermeabile e si perpetui nel tempo. I due poli – l’uno non meno dell’altro – campano, in primo luogo, lucrando sulla loro reciproca delegittimazione. Il “sistema” è talmente incartato da essere, ad un tempo, un ring ed una sorta di “cooperativa di mutuo soccorso”. E ciascuna di queste due funzioni vive dell’altra.

La destra e la sinistra assumono come elemento primario della loro identità, l’antiteticità dell’uno all’altro. Ne consegue che la totale incomunicabilità e un fattore originario, costitutivo ed innaggirabile di un sistema politico qual è il nostro. Manca ogni interlocuzione, non c’è, dunque, traccia di una qualche vera dialettica e la democrazia già ne soffre vistosamente. Non c’è più neppure da sorprendersi della costante umiliazione del Parlamento. E’ il portato ineludibile di una tale condizione a monte. I problemi del Paese stanno a latere e valgono, in primo luogo, come banco di prova e palestra dello scontro.

Avevamo pensato di accompagnare l’Italia verso quella “democrazia dell’alternanza” che la maturasse compiutamente. Siamo caduti, per un processo di eterogenesi dei fini – che, in effetti, non era impossibile intravedere all’orizzonte di un Paese come il nostro – in un regime di “democrazia dell’alternativita’” comoda e rassicurante per la destra e non meno per la sinistra Infatti, ad ogni scadenza elettorale – grazie alla gabbia del bipolarismo maggioritario – chi vince, vince e chi perde non perde mai del tutto. In qualche modo, anche lo sconfitto sale sul podio, si gode il ruolo di minoranza che è pur sempre un gradito premio di consolazione e guadagna la posizione di “sfidante ufficiale” per la prossima volta, magari contando di farcela o, comunque, ci prova.

Un polo e l’altro, comunque vada, restano pur sempre in gioco. In altri termini, succede che, vinca la destra oppure la sinistra, sicuramente cambia il merito delle politiche e dei loro contenuti programmatici. Altrettanto sicuramente, nella condizione oggi data, nulla cambia sul piano del metodo e dello scontro cieco e pregiudiziale. Così l’Italia – soprattutto in un momento di ferro e fuoco come questo – non va più da nessuna parte. E’ destinata a collassare su di sé, se non saprà riscoprire quella dimensione e quella cultura “popolare” smarrita, che è stata il fondamento
dei suoi momenti migliori. Alla quale, peraltro, la sinistra ha rinunciato o, comunque, non è più in grado di interpretare, aprendo, a maggior ragione, ampi varchi al surrogato del populismo.

C’è una via d’uscita? Forse si. E pare la stia avanzando Ruffini, che, fortunatamente, sostiene di non voler fare il “federatore”. Cioè non vuole indossare l’infelice abito dell’artificiere chiamato prima a sminare il campo delle opposte fazioni e poi, con una certosina pazienza, assemblare pezzi e bocconi, schegge e segmenti di un “deja’ vu”, che, comunque lo si monti o lo si smonti, non può togliersi di dosso un sapore d’antico, insieme dolciastro ed aspro.

L’Italia ha bisogno di un atto liberatorio, di un fatto politico effettivamente differente e nuovo. Ha bisogno di una “coalizione popolare, liberal-democratica, laica e sociale” che permetta di mandare a “cuccia”, come dicono loro, una destra pericolosa, senza consegnarsi ad una sinistra aleatoria ed inconcludente.

E’ incoraggiante che Ruffini non voglia prendere parte al “risiko” dell’attuale sistema, ma intenda, piuttosto, offrire al Paese un inedito orizzonte di speranza. Anzitutto, evocando, appunto, l’impegno personale e la responsabilità di ognuno. Il che vuol dire tendere una mano agli italiani, esprimere nei loro confronti una fiducia aperta ed incoraggiante, che rappresenti il primo momento di una nuova confidenza tra i cittadini e le istituzioni democratiche.

Eppure Ruffini deve guardarsi da un pericolo. Non è difficile immaginare che non vorranno lasciargli condurre in porto il suo disegno. Finché Renzi e Calenda si strapazzato e si elidono a vicenda, la cosa ci può  stare. Ma non ci può stare una falla, né una fessura che, se appena un po’ si allargasse, tirerebbe giù tutta l’impalcatura. Proveranno a fermarlo, magari cercando di salire sul suo carro, sperando che delle due, l’una. O trattenerlo nel perimetro infernale dell’attuale sistema, omologando e soffocando la sua iniziativa perché non faccia danni. Oppure, da tale perimetro farsi accompagnare fuori, magari sperando di riciclarsi in una nuova avventura.

Eppure, è giusto scommettere sulla proposta di Ruffini. Senza almanaccare, più del dovuto, sul tanto o sul poco che si possa presumere in quanto a consensi. Ciò che importa davvero è che gli italiani sappiano che c’è una prospettiva politica nuova, una via di fuga dalla minestra, bollita e ribollita, messa in tavola
dalle forze attualmente in campo.

Ovviamente – come ci insegnavano nella sinistra politica di Base, quando eravamo ragazzi – ogni operazione politica sta in piedi ed ha senso se cresce secondo una finalizzazione consapevole e chiara.

Domenico Galbiati

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