La parola magica del “pareggio”. La paura del “pareggio”. In questi giorni non si parla d’altro e si ha l’impressione che si voglia creare il clima perché ci sia un sostegno alla nuova Legge elettorale che – ancora una volta – è preparata dal Governo in carica.  Dovrebbe assicurare una maggioranza certa la sera stessa delle elezioni. Un vecchio ritornello che sentiamo fischiettare da più di trent’anni, mentre s’ignorano completamente i problemi creati da una politica malata nel suo complesso e che, con una certa frequenza, deve attaccarsi alle modifiche elettorali per ritrovare un po’ di ossigeno.

Il paradosso di una proposta viene del Governo che si vanta di essere uno dei più duraturi nella storia d’Italia e che continua ad esaltare, al tempo stesso, le proprie coesioni e compattezze. Meloni e soci sorvolano sul fatto che le due cose non stanno assieme e che, la realtà, è quella di un fallimento e della dilapidazione del grande successo elettorale riportato dalla destra nel 2022. I recenti risultati elettorali, per non parlare di quello del referendum sulla Giustizia, ci dicono che il consenso per il Governo e per i partiti che lo formano e sostengono non è precipitato, ma neppure aumentato di molto. Rimasto sempre con uno striminzito sei meno. Segno che il giudizio complessivo non può essere proprio considerato esaltante.

Dall’altro lato, c’è un altro insuccesso. Quello del centrosinistra che sembra non riuscire ad andare oltre un possibile “pareggio”. Tanti i limiti con cui ha sviluppato l’azione di opposizione e l’incapacità ad offrire un progetto prospettico al Paese in grado di dare agli italiani la possibilità di credere ad una svolta autentica. Insomma, due debolezze condannate dall’attuale sistema elettorale d’impronta maggioritario a convivere e a perpetuarsi stancamente.

Nessuno ha il coraggio di andare al fondo del problema costituito  dal bipolarismo che ha fatto tornare indietro l’Italia ai sistemi parlamentari precedenti la Prima guerra mondiale. Così, a oltre trent’anni – e lo dimostrano tutte le statistiche che contano – il Paese è ingabbiato in una cappa di piombo. Esso, da un lato,  ha radicalizzato il dibattito politico senza alcuna motivazione ideologica, impoverendo molte delle scelte legislative. Dall’altro, è stata tagliata fuori la società civile da una autentica partecipazione come dimostra l’endemico astensionismo che proprio non sembra avere alcuna intenzione di diminuire.

Ha fatto eccezione l’appuntamento per il Referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati. Giorgia Meloni ha pagato il prezzo del sostegno dato ad una ipotesi di riforma voluta da Forza Italia, ma che gli italiani non hanno gradito perché evidenti erano gli intenti politici dietro il tentativo di modificare la Costituzione su di un tema tanto delicato. Giorgia Meloni, inoltre, ha sottovalutato il fatto che quel tipo di voto lasciava un po’ tutti gli elettori nella condizione di uscire dallo schema legato al partitismo corrente e dava loro l’occasione di sentirsi sostanzialmente liberi – questo ha interessato soprattutto i votanti più giovani – di dire la propria sulla scheda: perché non c’era da schierarsi con un partito o con un altro. In sostanza, assieme a tutto il resto che ha pesato – i silenzi su Netanyahu e la vicinanza sottomessa a Trump – per gli italiani è stato molto facile schierarsi a favore del mantenimento della Costituzione così come essa è senza timore di alterare chissà quali equilibri parlamentari.

La reazione della Meloni a tutto ciò non si può certo considerare da statista. Perché è  scattato solamente l’istinto di sopravvivenza e, quindi, il tentativo di cambiare le carte in tavole – a proprio favore – con la proposta di una nuova Legge elettorale. Però gli argomenti scarseggiano e, così, ora viene seminato il panico per il rischio del “pareggio”. Un rischio che dobbiamo chiederci quanto sia retaggio di un passato che non riusciamo a superare.  Quello della mancanza di un’autentica passione per la politica che significhi ingegnarsi a risolvere i problemi degli italiani e non limitarsi a fare i capi partito. La sostanziale paura di dare corso ad una autentica dialettica parlamentare, quella pensata dai nostri Padri costituenti perché avevano pagato sulle loro carni la concezione verticistica assegnata alle Istituzioni dal fascismo, ma prima ancora, anche, dal sistema monarchico dei Savoia. Una visione politica, insomma, che unisce la mera passione per la gestione del potere con un animo tutto rimasto nel passato.

C’è certamente una coerenza di cultura politica in questo, anche se Giorgia Meloni e i suoi Fratelli d’Italia non se lo vogliono sentire dire. Il centrosinistra, d’altro canto, non riesce a spiegare tutto ciò a degli italiani abbandonato anch’esso com’è alle banalità di una politica che andrebbe studiata a fondo e indicata nelle scuole come quella da non praticare.

Giancarlo Infante

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