Tocqueville sosteneva che: “Un’ idea semplice, ma falsa avrà sempre più peso nel mondo di un’idea vera, ma complessa”. E’ una delle ragioni per cui il populismo ha così facile mercato.

La complessità è la sfida che il tempo post-moderno deve affrontare e rappresenta, altresì, la pietra d’inciampo in cui incespicano gli ordinamenti democratici che soffrono e boccheggiano in un mondo diverso da quello in cui si sono affermati. Un mondo che quegli ordinamenti faticano a decifrare. Per molti aspetti, la complessità si abbatte sulla politica come un corpo contundente e non è facile individuare quale possa essere la cultura politica più adatta a ricondurla nell’alveo di una possibile governabilità.

Se guardiamo, in modo piuttosto approssimativo, a quelle che abbiamo ereditato dal secolo scorso, quando i partiti non si rattrappivano nel “fare”, ma, se mai, cercavano di farlo derivare da un pensiero, quale atteggiamento dovremmo prediligere in proposito: la cultura liberale o liberista focalizzata sul primato dell’ individuo oppure quella di stampo collettivista o, piuttosto, un orientamento di tipo “personalista” che ricerca una composizione appropriata tra giustizia sociale e libertà che non possono essere intese come versanti divergenti?

“Complessità”, peraltro, è una sorta di parola magica cui, per cavarci d’impaccio, ricorriamo spesso senza renderci conto di cadere in una spirale tautologica, cioè illudendoci di dar conto, appunto, di una questione complessa semplicemente definendola tale. In effetti, in questo modo non diciamo esattamente nulla e gettiamo una coltre pietosa sulla nostra sostanziale ignoranza, sulla estrema difficoltà di penetrare tematiche in cui si sovrappongono e si mischiano una tale pluralità di elementi da rendere impossibile o quasi distinguere i piani, mettere in chiaro le loro reciproche connessioni, separare ciò che è essenziale da ciò che non lo è, decifrare le possibili evoluzioni di un certo sistema.

Siamo entrati in un ordine di cose tale per cui, come succede in natura, anche nel campo dei fenomeni sociali, accanto ai processi lineari in cui è riconoscibile una attendibile sequenza causa-effetto, se ne osservano di “non-lineari”, ascrivibili al cosiddetto “caos deterministico”, per i quali un minimale scostamento delle condizioni iniziali di un determinato percorso può dar luogo ad esiti a distanza che si aprono in un ventaglio vastissimo di possibili soluzioni del tutto impredicibili.

Il pensiero si fa debole, la conoscenza precaria, alla pretesa, tipica dell’età moderna, di dominare, in modo organico, grazie al pieno dispiego delle nostre facoltà razionali, la scena del mondo, si contrappone un approccio incerto, frammentato, mutevole ed approssimativo ad una realtà sociale che non si riesce mai a comporre in un
quadro esaustivo, ma tutt’al più ad accostare in maniera asintotica, cioè tendenzialmente sempre più vicini a cogliere il nodo essenziale delle questioni in gioco, ma, nel contempo, rassegnati a non poterlo mai afferrare compiutamente.

Il mondo è meno scontato di quanto siamo inclini a pensare, più ricco e sorprendente di quanto presumano le nostre architetture concettuali, di fatto inesauribile. La storia non è deducibile dagli assiomi di questa o quella ideologia, non è prigioniera di coloro che ritengono di averne scoperto la chiave di volta, quella legge sovrana ed esaustiva che darebbe necessariamente conto dei suoi sviluppi.

La storia è aperta, gli eventi che la attraversano, i suoi approdi di lungo termine non sono preordinati da una sorta di necessità meccanica che gli ideologi di ogni risma credono di potervi ravvisare. In altri termini, viviamo un momento straordinario, che dovremmo affrontare con entusiasmo in quanto le tensioni, le contraddizioni, i nodi che lo contraddistinguono indicano come ci stiamo giocando, sul crinale tra due epoche, una partita decisiva per la stessa cognizione che l’ umanità ha di sé stessa. E grava sulle nostre generazioni la responsabilità di un discernimento e l’indicazione di un percorso che è, con ogni probabilità, destinato ad incidere per lunghi tratti sugli sviluppi della vicenda umana.

Governare sistemi, ciascuno dei quali dotato di “feed-back” che ne consentono un’ autoregolazione che viene, però, compromessa da incroci e sovrapposizioni che alterano reciprocamente i rispettivi campi d’ esercizio, determinando un’ azione di freno o funzionando, al contrario, da catalizzatore che accelera precipitosamente determinati effetti, crea una reale, oggettiva difficoltà di indirizzo e di guida. Questa, peraltro, non sempre alla politica viene riconosciuta, cosicché il discredito di cui soffre non è sempre così giustificato o moralmente sanzionabile come sembrerebbe a prima vista, ma piuttosto radicato in una difficoltà intrinseca che la politica, diversamente da altri, non può eludere. La tentazione istintiva – ed illusoria – di fronte a fenomeni complessi è, sia a livello individuale che collettivo o di sistema, quella di semplificarli, così da poterli maneggiare.

Sul piano scientifico si ricorre a tecniche, modalità ed interpretazioni riduzioniste del campo sperimentale in cui si opera. Sul piano sociale si ricorre a diverse opzioni. Si cerca di sfrondare, di potare vigorosamente i rami in cui si articola una determinata questione, riducendola all’ osso, ad una sorta di scheletro che, però, la impoverisce fino a renderla, talvolta, irriconoscibile. Oppure, ci si allinea al “capo carismatico” di turno e si accetta di entrare in processi di omologazione che risultano rassicuranti, ma a scapito della propria attitudine critica. Un’altra opzione è offerta dal populismo che dispensa soluzioni ingannevoli, ma, a loro modo, accattivanti. In realtà, se non si vuole coltivare una versione falsa, povera e di comodo del mondo in cui viviamo dobbiamo attrezzarci di strumenti che ci permettano, se non di padroneggiare la complessità, di affrontarla a viso aperto. E lo strumento principe è, anzitutto, una intelligente capacità di analisi e l’ attitudine alla mediazione, la capacità di cogliere lo snodo sostanziale di questioni ingarbugliate, avvolte in un coacervo di aspetti derivati o accidentali nei quali ci si deve inoltrate, senza sacrificarli, guidati da una sorta di filo d’Arianna. Rappresentato da una visione aperta alle attese di un mondo che cerca incessantemente nuovi equilibri, umanamente più ricchi e coinvolgenti.

Spetta anche ai credenti – anzi da loro bisognerebbe pretenderlo – non gettare sulle trasformazioni in corso uno
sguardo timoroso e tetro. Sapendo che la mediazione poco o nulla ha a che vedere con il compromesso, inteso come mero aggiustamento aritmetico tra istanze differenti, né la si ottiene attraverso l’ algida meccanica degli algoritmi e neppure attraverso ingegnerie di macro sistema, così ben disegnate sulla carta da credere che possano bastare a sé stesse. La mediazione esige, piuttosto, il coinvolgimento empatico delle persone, quella responsabilità personale e diretta di ciascuno che, tradotta sul piano istituzionale, pretende una viva partecipazione democratica alla vita della comunità, piuttosto che funamboliche soluzioni di personalizzazione e di accentramento del potere.

Domenico Galbiati