Il concetto di Morin

Oltre trent’anni fa fu Edgar Morin, straordinaria figura di intellettuale, coraggioso e profetico viandante sulle vie della ricerca interdisciplinare, scomparso ultracentenario lo scorso maggio, a coniare il termine “policrisi”. Un termine che ha fatto strada e oggi si impone all’attenzione non solo sul piano dello studio sociologico, ma anche a livello dell’analisi e dell’azione politica.

Crisi separate o un’unica radice?

A cosa siamo di fronte più esattamente? È di importanza fondamentale saperlo. O meglio, conoscere se si tratti di crisi separate e distinte, ognuna sostenuta da una propria ragione di fondo, che — per chissà quale strana congiunzione astrale — si sono affastellate le une sulle altre in questo nostro tempo.

Oppure comprendere se siano riconducibili — e quale sia — a un’unica e comune radice. Che ne sia la causa, sia pure remota, alla quale si può comunque risalire a monte, e a monte ancora, consentendoci almeno in senso lato di interpretarle come stecche di un unico ampio ventaglio che si sfrangiano attorno, ma pur sovrappongono in un punto comune le loro estremità prossimali.

Il caos e l’attrattore

Molti di questi fenomeni problematici e spesso ingovernabili rispondono alla legge del cosiddetto “caos deterministico”: sono impredicibili nei loro sviluppi, dato che una minima differenza iniziale del sistema può dar luogo a esiti che si dislocano su uno spettro illimitato e slabbrato di approdi possibili.

Peraltro, nei fenomeni naturali che rispondono a questa legge, a un certo punto, nella cornice di un disordine apparentemente incomponibile che lo sospinge verso l’entropia, compare misteriosamente il cosiddetto “attrattore”: un punto attorno al quale le linee sconnesse del sistema si riaggiustano in un nuovo impensabile ordine.

L’attrattore — non a caso si chiama così — sta là fuori, davanti, va oltre le cose così come si pongono, all’istante, nella loro contingenza. In altri termini, “trascende” il momento.

Se l’analogia reggesse fino in fondo, potremmo legittimamente attenderci che anche dal più frammentato quadro sociale possa infine emergere una nuova ordinata disposizione degli elementi che concorrono alla composizione del sistema. Avocati verso una destinazione nascosta eppure potente, che plasma le forme di un domani che ci appartiene e, ad un tempo, ci sfugge e ci sorprende.

La frattura originaria

Una radice comune di ultimissima istanza, fondamentale presupposto di tutto ciò che osserviamo, senza dubbio c’è. Ed è rappresentata da una crisi originaria, che ne precede e ne giustifica ogni altra.

Una “frattura a legno verde” che, senza spezzarla del tutto, compromette gravemente la comprensione che l’uomo ha di sé stesso, la coscienza del suo essere e del suo divenire, la consapevolezza di un destino che lo attende.

A sua volta, tale frattura consiste nel venir meno di quella dimensione della “trascendenza”, di cui la nostra vita — perfino nella nuda semplicità dei gesti quotidiani — non può fare a meno, se non a prezzo di rattrappirsi, accartocciandosi su di sé.

La crisi dell’umano

All’origine c’è dunque una crisi profonda: spirituale e morale, culturale, antropologica, solo poi sociale e politica. È messa in discussione la nostra umanità, come se ci fosse riconsegnata nelle sue forme sostanziali e venissimo invitati a confermarle o meno.

La caduta del sentimento religioso, ma anche delle ideologie, ha vanificato quella destinazione ad “andare oltre” che rappresenta la cifra costitutiva più intima e profonda dell’essere umano: il tratto peculiare, irrinunciabile della sua essenza.

Lo spazio in cui l’uomo incontra la libertà e la ricerca insaziabile del senso ultimo della vita e del mondo. In altri termini, la “policrisi” come ce la propone Morin è una crisi dell’umano, ed a questo livello va affrontata.

Domenico Galbiati

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