Se fossimo costretti a sintetizzare, in una sola parola, una visione del mondo, un progetto politico ed un programma, cos’altro potremmo dire se non, ancora una volta: Libertas?

A quest’unica parola, sola e di per sé esaustiva, impressa sulla braccia spalancate della Croce, non può che continuare a rifarsi chi cerchi come, prendendo le mosse da una concezione cristiana dell’uomo e della vita, si possa dare avvio ad un progetto politico-programmatico che sia in grado di affrontare e rispondere anche alle prove, ai mutamenti repentini, ai rovesciamenti, alle provocazioni del nostro tempo.

In ordine al tema della libertà, dovremmo porci questa domanda: la libertà è sì un diritto da rivendicare, ma, oggi, nella particolare difficoltà di un momento ancora indecifrabile, non è forse soprattutto un dovere da compiere?
“Libertas” compendia in sé la persona e, per i credenti, è  l’emblema del suo essere ad immagine e somiglianza di Dio.
Riassume in uno le dimensioni ontologicamente fondate che del soggetto umano rappresentano l’essenza: la sua vocazione a creare ed intrattenere relazioni, cominciando da quella con sé stesso; la creatività, cioè l’incessante ricerca di un “incremento d’essere” che e’ dominante, in modo particolarissimo, nei giovani, anche quando non lo sanno; la trascendenza, cioè l’aspirazione irrinunciabile ad “andare oltre” che, celata in ogni gesto, lo rende vivo e rappresenta quella dimensione originaria, fondativa, incondizionata ed irriducibile dell’essere umano che allude all’infinito ed in carenza della quale – come oggi purtroppo succede spesso – la vita avvizzisce e si accartoccia.

Se provassimo – e ne fossimo capaci – a disegnare un quadro compiuto di ciò che oggi minaccia la libertà – non solo le libertà civili, bensì la dimensione della sua interiorità – ne ricaveremmo, per contrappunto, il calco di quella politica incardinata davvero sul valore della persona, che troppo spesso si dissolve in una perorazione retorica.

La libertà concerne, in primo luogo, l’interiorità di ciascuno. Noi siamo fatti per essere liberi, eppure la libertà non è un dono preconfezionato e servito, gratis, su un piatto d’argento. Costa fatica, talche’ può perfino venire a noia e suggerire che sia meglio intrupparsi nel gregge. Fatica dal punto di vista cognitivo perché esige pensiero, applicazione, capacità critica e discernimento.
Fatica psicologica perché pretende autonomia di giudizio – piuttosto che omologazione alla palude dell’opinione prevalente – ed assunzione di una responsabilità personale che non sia un’appendice a latere, ma sostanza viva e sofferta di un’esistenza che procede e, giorno per giorno, e’ chiamata ad affrontare il mondo.

La libertà è, piuttosto, una conquista incessante e quotidiana, che, per quanto possa via via consolidarsi nel tempo, non è mai immune da ricadute possibili e da arretramenti. Del resto, è, prima di ogni altra cosa, libertà da sé stessi, attitudine a guardare a sé stessi come se, con una buona dose di autoironia, si osservasse il proprio “io” dal di fuori. E’ capacità di mettere in discussione e verificare i propri stessi abiti mentali,
di disincagliarsi dal conformismo comodo e rassicurante della pubblicità e delle mode, degli stili di vita che fanno tendenza, delle suggestioni dei social e del “pronto in tavola” assicurato dalla rete, dei magnifici e progressivi destini dell’Intelligenza Artificiale.

In un mondo contorto e defatigante, difficile da comprendere, è facile la tentazione di ricercare, nelle pieghe di una presunta moralità collettiva e di un indirizzo comune, ristoro alla fatica del proprio e personale carico di responsabilità, delegandolo ad un’istanza anonima e sovraordinata.

Ce la fa la politica a proporsi come palestra privilegiata, nella quale esercitare, promuovere, accrescere, gustare il sapore della propria libertà?

La libertà come diritto da rivendicare, ma anche – ed oggi soprattutto – dovere da compiere. Il dovere di coltivare la trasparenza e la linearità del proprio giudizio, liberandolo dai cascami di un afflato emotivo che ci vuole, ma va governato. Così da recare alla vasta platea di coloro che concorrono al discorso pubblico, il personale contributo di una oggettività limpida e di un senso della misura che favoriscano una sintonia ed una coesione oggi largamente smarrite, la capacità, soprattutto, di collocare l’interesse
particolare di ciascuno nel quadro dell’interesse generale del Paese.

Domenico Galbiati

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