Abbiamo vissuto una stagione, plurisecolare, ispirata all’ attesa illuministica di un progresso “necessario”, cioè iscritto nell’ordine delle cose, così d’essere ineluttabile, irreversibile e spontaneo, come si facesse da solo, eppure esaustivo.

La pandemia e la guerra, la crisi energetica ed ambientale, la scienza che avanza ed i dilemmi etici che pone, gli automatismi della tecnica, la digitalizzazione e l’ incremento della comunicazione, i fenomeni migratori, le disparità sociali di carattere strutturale, la globalizzazione che cambia la nostra percezione dello spazio e del tempo: si accumulano uno sopra l’altro processi che letteralmente impongono di cambiare davvero il paradigma dello sviluppo come l’abbiamo conosciuto e sognato fin qui.

Si tratta di andare concettualmente alla radice della questione, rendendo alle parole il valore proprio di ciascuna, per portarne alla luce le implicazioni ed i sottintesi che, senza rifletterci, diamo per scontati, cosicché, di rincalzo, ci condizionano, senza che ce ne rendiamo conto.

Come spesso ricorda Stefano Zamagni, “sviluppare” significa togliere il “viluppo”, liberare il groviglio che imprigiona cose ed eventi. Basta lasciare che queste si svolgano, che gli eventi si distendano perché rilascino una forza intrinseca che ne mostri, a nostro vantaggio, la potenza orientata al progresso, come convenzionalmente lo intendiamo? Siamo sovrastati da un destino che pulsa nel cuore della tecnica, al quale dobbiamo necessariamente consegnarci ?

Noi associamo al concetto di sviluppo, l’idea di una crescita continua ed illimitata, che avviene, appunto, pressoché automaticamente, di fatto quasi senza impegnare la nostra responsabilità, in virtù di un processo irrevocabile, nella misura in cui sta dentro la natura stessa del fenomeno sociale, accompagnato da percorsi di adattamento e, nel contempo, di selezione darwiniana, in definitiva fisiologici, con la conseguente evacuazione degli scarti di produzione di un simile cammino, che di fatto, soprattutto in virtu’ della tecnica, ci sovrasta ed a cui, pertanto, conviene consegnarci inermi e confidenti.

A una fase in cui sono prevalse elasticità e capacità di adattamento, dunque inclusiva – come negli anni della ricostruzione che hanno condotto l’Italia al boom economico – sta succedendo una stagione in cui predominano meccanismi selettivi che tendono all’esclusione e, dunque, anziché coesione, producono distanziamento sociale, diseguaglianze e uno sfilacciamento crescente del tessuto sociale che si attesta alle estreme e si lacera nel mezzo, dove langue il ceto medio.

Sospinti da questa visione illuministica, abbiamo smarrito la coscienza del limite e sviluppato il sentimento di una presunta onnipotenza che non ci appartiene, cosicché ci siamo immaginati demiurghi di un processo che, al contrario, si è fatto, verrebbe da dire, da sé e perfino a nostro dispetto, al punto che ci ha sovrastati, cosicché solo ora ci risvegliamo dall’incantesimo e ci ritroviamo assediati da tale e tanti effetti collaterali, da averne smarrita ogni capacità di controllo.

Un nuovo modello di sviluppo non nasce da un asettico lavoro di ingegneria sociale e neppure dalle più accorte manipolazioni tecno- scientifiche, ma può prendere le mosse solo dalla consapevolezza di sé, nella specificità storica del momento che l’umanità attraversa. In sostanza, si tratta di un progetto, ad un tempo, di carattere antropologico e politico. Che esigerebbe  una “rilettura” o addirittura una “rifondazione antropologica” della politica.

Oggi al discorso antropologico si ricorre fors’anche con una frequenza eccessiva e, dunque, talvolta fuori luogo, per cui occorre vigilare che non si finisca per farne un luogo comune, banalizzandolo. Eppure, la concezione di un nuovo modello di sviluppo non può che partire da lì, dalla comprensione che abbiamo di noi stessi.

Dal compito che l’uomo si assegna, in un momento in cui gli snodi critici sono talmente numerosi, complessi e convergenti da essere, in un certo senso, riconsegnato alla sua “hybris” originaria, a quella consapevolezza del limite e della parzialità, della mancanza che rappresentano il presupposto necessario della libertà e , dunque, della responsabilità che gli compete e di cui la politica costituisce lo strumento indispensabile. Per questo non possiamo affondare nel pragmatismo, bensì dobbiamo scoprire visioni e politiche che, nella loro pluralità, sappiano, ciascuna, dar conto della cultura da cui originano.

Domenico Galbiati