In un paese serio il mancato viaggio del Ministro Crosetto negli Stati Uniti avrebbe portato ad una verifica sulla politica estera se non, addirittura, ad una crisi di Governo. Non per il fatto in sé, ovviamente. Ma per il significato e le ragioni di una decisione che dicono tutto sulla sempre proclamata “coesione” della maggioranza.

In ballo non ci sono distribuzione di posti e gestione di finanziamenti – che pure sembrano essere ciò che resta maggiormente in cima ai pensieri del trio Meloni Salvini e Tajani. Si tratta delle decisioni che riguardano quella “piccola” cosa che si chiama guerra in Ucraina e sostegno al popolo ucraino dopo l’invasione russa che ha messo sotto sopra il mondo, influito sui processi economici, gli scambi internazionali, provocato un terremoto negli approvvigionamenti energetici e fatto schizzare all’insù l’inflazione, i costi delle bollette e del carrello della spesa.

Salvini non vuole sentir parlare del programma Purl, (Prioritized Ukraine Requirements List) deciso dalla Nato su impulso statunitense che, spiegato molto sinteticamente, significa il pagamento da parte degli europei delle armi vendute dagli Usa a Kiev. Crosetto si sarebbe trovato in grave imbarazzo con il Capo del Pentagono, Pete Hegseth, in attesa di un assegno che per ora l’Italia non stacca perché la Lega non lo fa firmare al suo Ministro Giorgetti.

Parliamo, insomma, di vicende e fatti rivelatori delle divaricazioni proprie della maggioranza in materia di rapporti internazionali e che appaiono gestiti come se si trattasse della composizione delle liste in questa o quella regione. Ed anche con una certa irresponsabilità, visti i noti impegni assunti nei confronti di Nato, Europa e Stati Uniti. Una irresponsabilità che Guido Crosetto ha dovuto subire proprio all’immediata vigilia della partenza per Washington. Chissà se sarà riuscito a capirci qualcosa in tempo per la riunione di oggi organizzata a Berlino dal cosiddetto Gruppo E5, formato cioè da Italia, Francia, Germania, Polonia e Regno Unito.

Per il momento, sembra che l’unico modo per uscirne sia quello di mettere – almeno in patria- la polvere sotto il tappeto.

Non siamo di fronte agli intelligenti equilibrismi da Prima Repubblica che ci consentivano – e in questo erano d’accordo tutti dal MSI al PCI – di restare, ad esempio, amici di Israele e, al tempo stesso, curare i nostri interessi con Gheddafi e con i palestinesi di Arafat. No, qui siamo di fronte ad altro. Dobbiamo fare i conti con i tenaci strascichi delle alleanze dei leghisti con il mondo di Putin – per lo più, secondo alcune inchieste giornalistiche, “profumate” dalle forniture petrolifere. Ciò che cozza  con la determinazione meloniana nel sostenere Zelensky fino “alla vittoria finale”. Un impegno assunto da Giorgia Meloni ai tempi di Biden – quando aveva bisogno di farsi perdonare da europei ed americani le sue pregresse simpatie putiniane. Un impegno- le dev’essere riconosciuto – mantenuto nonostante  il ritorno alla Casa Bianca di Donald Trump. Anche se lo ha poi sempre negato – nel maggio 2023 – giunse a dire che si doveva scommettere  sulla vittoria dell’Ucraina (CLICCA QUI).

Antonio Tajani è stato preso un po’ in contropiede giacché si trova in Canada. Ha potuto limitarsi a dire di non vedere difficoltà nella decisone del Governo di acquistare armi per Kiev – ma per il momento sono stati decisi, è sempre il Ministro degli esteri a dirlo – solo un centinaio di milioni per l’assistenza energetica agli ucraini. E per Tajani neppure ci sono al riguardo motivi di frizione con gli Stati Uniti salvo rimandare la decisione ad un ennesimo incontro con la Meloni. Con la sibillina chiosa che attribuisce i ritardi del Governo all’obiettivo di “evitare di commettere errori“. Tutto un programma insomma su cui non è il caso di andare oltre per non fare la figura di quelli che “sparano sulla Croce rossa”.

Ma del resto, lui e Forza Italia hanno scelto di continuare a fare su tutto la “ruota di scorta” della Meloni e, pertanto, devono, al pari della Meloni e di Crosetto muoversi sulle uova con gli americani ed  affidarsi alla capacità dei tedeschi di ingoiare di tutto, presi come sono dai loro problemi a contenere le folate dell’estrema destra apertamente sostenuta sia da Putin, da una parte, sia da Trump, dall’altra.

Di mezzo, ovviamente, ne va il decoro nazionale e, pertanto, bisogna davvero riflettere sulla pretesa centralità che sarebbe stata riconquistata dall’Italia sul proscenio Internazionale.

Le opposizioni non affondano la lama nella piaga perché anch’esse hanno i loro problemi, e le loro profonde divisioni, specialmente in materia di guerra d’Ucraina. E così vedono, sì, dove finisce la polvere, ma anch’esse non hanno alcun motivo di scuotere il tappeto.

Giancarlo Infante

 

About Author