Che si provi a far considerare come chiusa la vicenda palestinese è in buona parte evidente. E per farlo è stata prepotentemente ricondotta in cima ai pensieri di tutti la guerra d’Ucraina.

Un’opinione pubblica fiaccata dalla visione in diretta di tante distruzioni e massacri fa evidentemente di tutto per rimuovere il più possibile. E così non sono mancati quanti volevano fare in modo che della violenza sempre in prima pagina delle cronache che giungono tuttora da Gaza e dalla Cisgiordania si parlasse sempre di meno. Quasi a far passare l’idea che, definita una sorta di tregua comunque violata dai bombardamenti che spesso e volentieri torniamo a vedere, il problema fosse vicino alla soluzione, se non addirittura da archiviare come qualcosa da mettere negli scaffali della memoria.

In Israele ciò che tiene banco è lo stesso punto che ha infiammato la scena politica per molti mesi ben prima del 7 ottobre quando Hamas attaccò secondo i più tradizionali schemi del terrorismo, praticato però su larga scala. Tengono cioè banco le sorti di Netanyahu. Che a lungo subì, ed ora il tema si ripropone, l’attacco quotidiano di una buona parte della popolazione dopo l’avvio dei processi per corruzione, ed altro, di cui è da un pezzo chiamato a rispondere.

Così, la situazione di Gaza e quella della Cisgiordania può passare in secondo piano. Forse, anche con la segreta speranza di qualcuno che o la condanna di Netanyahu, o la concessione della grazia da parte del Presidente Herzog – accompagnata, però, come sta chiedendo la folla tornata a radunarsi nelle piazze di Tel Aviv – dalla sua esclusione definitiva dalla vita politica, di colpo, possano risolvere problemi che sono molto più antichi e profondi. I quali, tra l’altro, hanno dimostrato l’esistenza di una sostanziale condivisione di posizioni alla Netanyahu da parte della stragrande maggioranza della popolazione dello Stato ebraico.

In realtà, quel che accade nella Cisgiordania ci dice che il problema palestinese è sempre aperto, anzi più aperto che mai. E che sono giunte all’apice quelle tendenze violente di un segregazionismo e di pulizia etnica che ha registrato la denuncia nel passato da parte di molti autorevoli ex esponenti dei vertici militari e dei servizi di sicurezza. I coloni che stanno proprio in questi giorni aggredendo i palestinesi impegnati nella raccolta delle olive stanno solo continuando in maniera plateale ciò che hanno sempre praticato nel corso degli ultimi decenni. E così, anch’essi rendono sempre vivo il problema. Mostrando chiaramente, questo è il salto di qualità intervenuto nel corso degli ultimi due anni nel corso del quale si sono ritenuti liberi di agire a loro piacimento, tutti i limiti del resto nel mondo che si trova ora ad agitare ancora la teoria dei due popoli e dei due stati, ma costretti a constatare che forte è l’ostilità contro una tale soluzione. E che, anzi, tanta violenza si spiega solo con la volontà di sabotare il più possibile una soluzione del genere.

Noi abbiamo riscoperto in queste ore quel che accade in Cisgiordania per la violenta aggressione ai danni di tre volontari italiani. E bene avrebbe fatto il Ministro Tajani a protestare, anziché limitarsi a chiedere spiegazioni. Ma bene il Governo farebbe – come tutti gli altri europei – ad andare anche oltre le proteste verbali quando a fare le spese delle violenze dei coloni sono loro cittadini. Ben altro andrebbe, e potrebbe, essere fatto.

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