Nell’immediato dopoguerra, De Gasperi ha condotto in porto il suo capolavoro politico. Grazie alla natura non ideologica, interclassista e popolare della Democrazia Cristiana, saldamente attestata sui valori della Costituzione repubblicana, ha ancorato ad una convinzione sinceramente democratica ambienti e ceti che, in un Paese moralmente devastato dal fascismo e fisicamente distrutto dalla guerra, avrebbero potuto orientarsi decisamente a destra, facile preda di tentazioni non solo fieramente conservatrici, ma fors’anche non immuni da possibili posture d’indole reazionaria o da revanscismi nostalgici.

Ha riportato sul binario della Costituzione, in modo particolare, un vasto elettorato d’area cattolica, che se non avesse trovato ospitalità nella Democrazia Cristiana, sarebbe rimasto inchiodato a posizioni clerico-moderate, incapaci di interpretare, sul versante politico, quel fermento nuovo che, alimentando il mondo cattolico, favorì anche l’azione di Aldo Moro, diretta ad allargare progressivamente le basi democratiche dello Stato. Lo sviluppo del Paese, il boom degli anni sessanta, una stagione di riforme importanti rappresentarono l’ esito di una felice sintonia tra i valori che il cattolicesimo democratico traeva dalla propria ispirazione cristiana ed umanistica nel solco della Dottrina Sociale della Chiesa ed i principi che culture differenti avevano concordemente posto a fondamento della Costituzione.

Oggi viviamo una condizione politica del tutto differente, eppure non priva di talune similitudini da non trascurare.
Possiamo impunemente regalare ad una destra sovranista e nazionalista, che vive di cascami di vecchie ideologie già condannate dalla storia, nella quale irrompe un Vannacci, ospite o costola forse sgradita, ma pur necessaria, una quota importante di elettorato cattolico che, lo ammetta o meno, di fatto, da un tale impasto di abusate culture non può che essere lontano? Un elettorato che, ove non abbia alternative ragionevoli e sintoniche al suo abito mentale “moderato”, mai trasferirebbe il proprio consenso all’ altro schieramento del sistema bipolare. Per quanti cattolici ne possano far parte ed a prescindere da ogni valutazione relativa al sistema elettorale adottato.

Torna, in altri termini, d’attualità l’intuizione originaria trasmessa da Mons. Simoni ad INSIEME, circa la necessità di offrire agli elettori cattolici l’opportunità di sottrarsi alle tenaglie del duo-polio e liberarsi da un rapporto ambiguo con altre culture politiche. Con le quali è opportuno, necessario, indispensabile confrontarsi , purché senza cedere a fusioni innaturali che finiscono per confondere le acque.  Nella misura in cui – e lo dimostra plasticamente la vicenda del Partito Democratico, non meno di quanto succede pericolosamente a destra – culture difformi, anziché integrarsi, come si presumeva di poter fare a sinistra, si guastano a vicenda e sostanzialmente non creano visioni politiche attendibili ed accattivanti.

Questa attenzione all’elettorato cattolico, fa tutt’uno con una più vasta operazione che sia orientata – questa volta diretta alla generalità dei cittadini – a sciogliere i lacci di un bipolarismo obbligato che rende via via opaca la coscienza civile di troppi italiani, che non sentono più quel vincolo di reciproca solidarietà, indispensabile a farne un popolo, piuttosto che una massa inerte.

Domenico Galbiati

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