“Nazionalismo cristiano” è un ossimoro, cioè un’espressione che reca in sé una contraddizione insanabile. Eppure è, in qualche modo, la cifra, pur approssimativa, di una linea di pensiero. O forse meglio di un sentimento contorto che si va affermando nel mondo occidentale, pervade lo stesso spazio della politica, accampa la pretesa di poter dare una risposta alla crisi spirituale che oggi sembra irrompere da un sottosuolo in cui, da tempo, si imbrogliava e cresceva.

Senonché, la religione è universale. Necessariamente, ogni forma di nazionalismo le è del tutto antitetica, incapace di accoglierla nel suo perimetro circoscritto. A meno di ossificare la religione secondo una postura ideologica che la tradisce e la snatura, fino a degradarla come supposta copertura ideale di un blocco d’ordine conservatore o reazionario.

Il sentimento religioso, la fede nell’ “oltre” da cui deriva non conosce confini. Confessioni differenti sono, ad ogni modo, accomunate dal riconoscimento di un legame originario e di una dipendenza, da una uguale aspirazione all’infinito ed al divino, che alimenta il riconoscimento di una dimensione trascendente del mondo e della vita.

La fede religiosa è, per sua natura, apertura agli altri ed al mondo, cura di una interiorità, che non si chiude su di sé, ma è, piuttosto, la premessa e la condizione necessaria perché le cose del mondo possano essere poste, senza artificiose restrizioni di campo, in una luce di verità e di libertà. Al contrario, quando una fede si trasforma in “credenza” viene, se così si può dire, risucchiata e compressa in una mera immanenza, che la compromette e la spegne, finché smarrisce la sua vocazione originaria. Ne deriva che ogni gesto ricade nella contingenza di una fattualità che lo dissolve nell’istantaneità del momento e lo priva di quell’intrinseco valore simbolico che pur dovrebbe accompagnarlo verso un “oltre” dove trova – e solo lì – il suo pieno significato. Ed è a questo punto che si impone, incontenibile, la ricerca di un “vitello d’ oro”, di un presunto surrogato di quella dimensione trascendente, di quell’ “andare oltre” – che non concerne solo l’ambito religioso – senza cui la vita appassisce e perde ogni prospettiva di senso compiuto.

La religione viene degradata a livello di un “totem”, oggetto inerte o figura muta su cui si cerca di proiettare quella domanda di “sacro” che abita il cuore di ognuno. Senonché, il totem si mostra incapace di soddisfare questa domanda e non rompe, al di là di ogni contraria apparenza, il cerchio di solitudine che assedia ognuno. Certa politica prova ad ampliare il disagio che nasce da una identità precaria, cercando di attingere a piene mani nel mondo delle paure che si è fatta carico di alimentare, soffiando sul fuoco delle diffidenze, delle rabbie e dei rancori, fino all’odio evocato dallo stesso Presidente degli Stati Uniti.

Eppure a tale condizione non ci si può accostare con supponenza, con denunce ed invettive. E’, invece, necessario comprendere e capire la portata umana prima che politica di tale condizione, le radici, gli sviluppi, le risposte necessarie, i punti d’approdo possibili.

Domenico Galbiati

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