Lo spettacolo avvilente di una campagna elettorale che ci mette di fronte ad una situazione desolante con partiti,  che, con assoluta autoreferenzialità parlano ognuno solo di sé in una agorà mediatica in cui non c’è spazio per il dialogo vero, né per il confronto serio, che non sia la pura demonizzazione dell’avversario o la facile  deformazione polemica. Soprattutto non c’è spazio per affrontare i problemi enormi, soverchianti che incombono sull’ Europa e sul mondo, a partire dalle vicende dell’ Ucraina.

Perché è così? Perché succede questo? Cosa continua a mancare  nella vita pubblica del  nostro paese nonostante tutti i tentativi di “ripartire”?

E’ necessario arrivare al cuore del nostro problema. Forse una riflessione di un bravo giornalista ci può dare una mano. C’ è un enorme vuoto nella vita politica dell’ Italia, il grande vuoto di cui parla Marco Damilano nel suo articolo “ I cinquanta anni in cui si è svuotata l’ Italia” che inaugura il mensile “Politica” il cui primo numero è uscito il 20 settembre 2022.

Damilano, in questo testo coraggioso, denuncia e descrive un  processo di svuotamento ed impoverimento della politica che avrebbe radici lontane e sarebbe iniziato addirittura negli anni 70 del XX secolo, per la precisione nel 1975, anno dell’apparente trionfo della politica con la grande avanzata elettorale del PCI. Forse quella data sarebbe discutibile, forse ci sarebbe da riflettere anche sul risorgimento civile fallito dl 1968, o sulla vicenda di Aldo Moro,  ma significativa è comunque la frase da cui Damilano prende lo spunto, una frase  di P.P. Pasolini pubblicata proprio nel 1975 sul Corriere della sera.

Nell’articolo di Pasolini (Il vuoto di potere in Italia), citato da Damilano, si sosteneva:  “ In Italia c’è un drammatico vuoto di potere . Non un vuoto di potere legislativo…. né un vuoto di potere politico in qualsiasi senso tradizionale …Ma un vuoto di potere in sé.”  Damilano precisa che, contrariamente alla vulgata corrente in materia,  Pasolini si era accorto che “il problema non era l’ occupazione del potere …ma l’opposto , il ritrarsi del potere da tutte le sue responsabilità , l’avanzare del deserto .Che la società provava a colmare come può, in modo scomposto, caotico, confuso, pericoloso” ( “ I cinquanta anni in cui si è svuotata l’ Italia”, p. 3).

Damilano illustra con dovizia di particolari i segni e le evidenze molteplici di questo vuoto. Ma c’è di più. Nel suo testo fa capolino una intuizione che potrebbe essere utilissima per capire il senso e i meccanismi per cui si è formato questo “vuoto” che caratterizza tanti Stati, ma soprattutto l’ Italia. L’ Italia, per cui si è parlato ( a vanvera) di seconda o terza repubblica, coniando una narrazione che copriva, con mutamenti immaginari e virtuali, la sostanziale paralisi frutto di quello svuotamento.

Mi permetto di sviluppare quella intuizione oltre le intenzioni e le riflessioni del suo autore.

La questione del potere è senza dubbio centrale in politica. Il potere che si ritrae dalle responsabilità, il potere che si separa dal concetto di responsabilità non è un fenomeno secondario o irrilevante, ma un fenomeno di enorme rilevanza e portata. Molto più rilevante della cosiddetta “occupazione del potere”, oggetto di facili denunce.

Per approfondire il senso profondo ed epocale di questo vuoto culturale e politico, mi sembra illuminante utilizzare una riflessione filosofica e teologica contenuta in un testo pubblicato settanta anni fa in Germania, ma un testo “senza tempo” che avrebbe potuto esser stato scritto anche nel 2022, tale è la profondità dell’analisi, che lo rende oggi ancor più attuale di un settantennio fa.

La riflessione è del filosofo e teologo Romano Guardini ( 1885 Verona -1968 Monaco di Baviera) e fa parte del saggio “ La fine dell’epoca moderna- Il potere” edito nel 2007 ( 11 edizione), ma comparso in  tedesco nel 1950.

Secondo Guardini non può esistere potere senza responsabilità. Il potere infatti non opera nell’ambito della necessità, e tanto meno nell’ambito della necessità naturale. Il potere implica sempre una azione, non  soltanto un dispiegarsi di energie o di forze e quindi implica sempre una decisione umana. Il potere è  esercitato oggi in  modo sempre più anonimo, tecnologico , si configura sempre più come un processo necessario , scisso dal potere della singola persona e quindi dalla sua responsabilità.   Oggi poi il potere si confronta quasi esclusivamente con “emergenze”, soprattutto in Italia ,anche se non solo in Italia, e  sembra doversi muovere secondo linee di azione in cui le scelte umane sono sempre più irrilevanti, in quanto vincolate e costrette da situazioni che non si possono predeterminare. La transizione ecologica o la lotta alla pandemia impongono ad esempio- così almeno sembra- azioni e scelte in cui lo spazio per la discrezionalità politica sembra sempre più ristretto.

Non si riflette però abbastanza sul fatto che il concetto di potere che ha retto e guidato la vita politica è un concetto di derivazione teologica e biblica. Sono, prima di tutto, i testi biblici quelli che affermano  che all’uomo è stato dato  potere sia sulla natura, sia sulla propria vita, un potere che è anche dovere di esercitare un dominio.   E Guardini precisa, rileggendo i passi della Genesi: “ In questo dono di potere, nella capacità di farne uso  e nell’imperio che ne consegue , consiste la naturale somiglianza a Dio dell’uomo…  L’uomo  non può essere  uomo  ed oltre a ciò  esercitare o meno un potere; esercitare quel potere è essenziale per lui. A ciò lo ha  destinato  l’ Autore della sua esistenza.  E noi facciamo bene  a ricordarci  che nel protagonista del progresso moderno, anche nel protagonista  di quello sviluppo del potere umano  che in esso si compie, e precisamente nel borghese,  agisce una fatale inclinazione : esercitare il potere in modo sempre più fondamentale, scientificamente e tecnicamente perfetto,  e al tempo stesso non prenderne apertamente le difese , cercando invece di ammantarlo dei pretesti dell’utilità, del benessere, del progresso e così via. L’uomo ha perciò  esercitato  una potenza senza sviluppare l’etica corrispondente. Ne è nato così  un uso della forza, che non è essenzialmente governato dall’etica…Solo quando si riconoscono questi fatti , il fenomeno del potere  acquista tutto il suo peso: la sua grandezza e la sua serietà, quella serietà che sta nella responsabilità . Se  l’umano potere  e la potenza che ne deriva ha la sua radice nella somiglianza con Dio , esso non è un diritto autonomo  dell’ uomo , ma qualche cosa che gli è stato prestato . Per la grazia  egli è signore , e la sua signoria egli deve esercitare  facendosene responsabile di fronte a Colui che è Signore  per essenza-. Il potere si fa allora obbedienza e servizio” ( La fine dell’epoca moderna ecc. p. 129- 130)

Il potere dunque come obbedienza e servizio! O anche il potere come “dovere” umano! Frasi che, a prima vista, possono solo far sorridere i teorici di ogni Realpolitik e di ogni machiavellismo. Ma che fanno tutt’altro che sorridere se solo si usano come metro di valutazione per misurare il valore dei politici, mettendo a (impietoso) confronto personalità  come quelle di Moro, De Gasperi, La Pira o Berlinguer o anche Craxi con una  qualsiasi delle comparse che occupano oggi il teatrino della politica quotidiana.

Si è dunque persa una bussola ed un punto di riferimento essenziale. Ecco uno dei motivi per cui alla politica non  è rimasto che il vuoto, o il deserto, il “gran diserto” in cui prima di tutto la voce della ragione si fa “fioca”, per il suo lungo tacere, come il Virgilio che appare a dante smarrito.  Il fatto è che quel concetto di potere- ripetiamolo ! il concetto “incredibile” di potere come “dovere”, “servizio” e “obbedienza”, necessario per far funzionare gli Stati, come abbiamo forse capito anche da Elisabetta II – ha  le proprie fondamenta in una tradizione  come quella ebraico cristiana, assunta ingenuamente ed incoscientemente come un residuo del passato, magari “medioevale”, per usare l’aggettivo tardo-illuministico  più comodo per screditare ogni tradizione.

E’ stato prima di tutto il “laicismo”- non la “laicità” peraltro valore cristiano-  a creare questo vuoto culturale ed antropologico e poi a trasformare la sinistra sociale e comunista in un partito radical liberista di massa, nel partito delle ZTL.  Naturalmente il potere che perdeva quella base  non si vestiva dei panni del cinismo o del machiavellismo: esso si mostrava ancora normato e limitato attraverso i concetti di progresso, di benessere, di liberazione ( più tardi poi di legalità, rigore morale, rigore di bilancio ecc.), cui professava devozione, ma si spogliava di ciò che era più essenziale, della responsabilità. Non era cioè più necessario “rispondere” ai cittadini oltre che alla propria coscienza, si doveva rispondere ad altri, conformarsi a parametri predeterminati, magari essendo ancora votati e legittimati dalle elezioni.  Ovviamente ciò avveniva tanto in alto, quanto in basso, tanto nelle sfere alte del potere, quanto nelle sfere più basse e nella vita quotidiana, in cui ciascuno, che lo sappia o no, esercita un potere. La corruzione era ed è infatti anche essa un modo di esercitare il potere.

Se dunque in Italia  la partecipazione politica gradualmente diminuiva, se la più grande forza di rinnovamento – il partito comunista- perdeva lentamente ma inesorabilmente influenza, era proprio perché si allontanava da questa “tradizione”. In Italia si perdevano e si degradavano- la scuola e la cultura corrente non fermavano il processo- le basi culturali ed antropologiche della politica, più rapidamente che altrove. E non si trattava della presunta influenza nefasta dell’ imprenditore televisivo “disceso” in politica.

S’indebolivano gradualmente le basi culturali dei diritti e dei doveri civili.   I diritti umani, valorizzati soprattutto dopo i totalitarismi del XX secolo, oltre che dopo il 1789, erano  in realtà- ma questo si ignorava-  profondamente radicati nella tradizione religiosa, in primo luogo cristiana, da cui è nata anche la laicità di cui tutti andiamo orgogliosi. Che si tratti del diritto all’eguaglianza elaborato da Francisco de Vitoria e dai neo-tomisti di Salamanca, che si tratti del diritto alla sicurezza ed alla vita, dettato dalla legge naturale contro gli arbitrii del potere statale, elaborato su basi bibliche  da Hobbes, del diritto alla libertà di coscienza elaborato da Milton e ripreso da Spinoza, che si tratti del diritto alla proprietà elaborato da Locke.  Le basi concettuali che avevano permesso la loro elaborazione sono infatti le idee di essere umano, di legge naturale e di natura umana.

Questo svuotamento era  anche il risultato conseguito grazie al fatto di non avere più, specie dopo Mani Pulite,  una forza politico-culturale ( non necessariamente un partito) di ispirazione cristiana, oggi surrogato dalla diaspora dei cattolici fagocitati di fatto dalle singole formazioni partitiche e organizzati “bipolarmente” anche loro, in “cattolici della morale” e “cattolici  del sociale”, e spinti così a “lacerare” il senso vero del contributo cristiano che non è più percepibile se adottiamo  quella artificiosa e anti-evangelica contrapposizione.

Assieme al concetto “cristiano” di “potere” vi è una serie di elementi essenziali della cultura civile necessaria alla politica, quelli facenti parte di quella “tradizione” ( anche se non solo di essa) che si sono auto-eliminati.

Potremmo ricordare il concetto di persona insieme a quello di società , oggi i diritti sono quelli dell’ individuo , non più quelli  della persona ( e ciò purtroppo vale anche per l’attuale Europa politica e per la Carta di Nizza). La persona che consentiva di tenere insieme diritti e doveri, come mostra la nostra Costituzione! Il concetto di  persona che consentiva di sviluppare valori di libertà come padronanza e realizzazione del sé o che favoriva  lo sviluppo dell’empatia umana e di quella lealtà interiore che genera moralità e correttezza nei rapporti sociali !

Abbiamo degradato il concetto d libertà separandolo da quello di responsabilità, di dominio e controllo sulla propria ragione. Abbiamo smarrito il senso della solidarietà che non dovrebbe postulare alcuna reciprocità, dato che oggi viviamo nell’epoca della “morte del prossimo” ( come scrive lo psicologo Zoia) o del “distanziamento sociale” permanente, Covid o non  Covid . Abbiamo infine dimenticato che le due priorità assolute della politica intesa come servizio sono la giustizia e la pace. Abbiamo dimenticato la pace come bene supremo da costruire e come obiettivo supremo della convivenza umana. Ce ne accorgiamo solo oggi, dopo decenni di incoscienti semplificazioni, di fronte alla torsione autoritaria del diritto e della democrazia ( Maurizio Cotta in Politica Insieme 21 settembre 2022) promossa da Putin: il diritto usato per tradurre in pratica legittima i rapporti di forza esistenti!   Il diritto come pura traduzione in atto della forza, la negazione assoluta del diritto. Questo è il punto da cui dobbiamo ripartire. La realtà che dobbiamo rovesciare . Tornando a credere nei legami sociali e quindi a ricostruire dall’interno la nostra società e all’esterno le relazioni internazionali, di cui va fermata la devastazione.

E’ questo svuotamento culturale- che bisognerebbe cominciare a colmare- ciò che ben può spiegare perché l’ Italia è ferma da decenni, perché il paese non “riparte”, perché l’occupazione non riprende , perché il PIL non riparte in modo stabile, perché la speranza non  rinasce, perché il paese è paralizzato, o meglio “ingrippato” come un motore che non può più spingere la macchina.

E’ ancora Guardini che ce lo spiega: “ Senza elemento religioso la vita diviene come un motore che non ha più olio. Si riscalda, ad ogni momento qualcosa si brucia, e dappertutto si smuovono  pezzi di ingranaggi. Il centro ed i raccordi si spezzano. L’esistenza si disorganizza e si produce quel corto circuito  a cui assistiamo da trenta anni  ed in proporzioni sempre crescenti: si usa la violenza e si cerca così una via d’ uscita alla perplessità impotente. Dal momento che gli uomini non  si sentono più uniti dal di dentro, vengono organizzati dal di fuori. Ma a lungo andare si può esistere sotto la costrizione?  Abbiamo visto che dall’inizio del tempo moderno si viene elaborando una cultura non cristiana . Per lungo tempo la negazione si è diretta solo contro il contenuto stesso della Rivelazione; non contro i valori etici individuali  o sociali che si sono sviluppati sotto il loro influsso, Anzi la cultura moderna ha preteso di riposare precisamente su quei valori. ( R. Guardini, La crisi dell’epoca moderna ecc. pp. 98. 99 ) .

E’ il momento di ricostruire questa cultura e questi valori.  Bisogna tornare semplicemente a rimettere olio nel motore dell’ Italia e non solo lì. La tragedia dell’esistenza disorganizzata e della violenza come via d’uscita dalla impotenza della politica ce ne mostrano la necessità. L’esito delle elezioni del 25 settembre certamente ci aiuterà a mettere a punto questo compito, qualunque sia l’esito. Se abbiamo un compito, anche limitato, ma chiaro, davanti, non abbiamo alcun motivo di temere gli eventi. Non siamo mai del resto in balia  degli eventi.

Umberto Baldocchi