Non è da escludere che un uomo disperato, in una situazione disperata, possa compiere un gesto disperato. Non vanno sottovalutate le minacce nucleari di Putin. Eppure non si può soggiacere alla paura ed avviarci verso una nuova Monaco.
Putin, l’avesse calcolato o meno dal primo giorno, ha passato da tempo il punto di non ritorno e non siederà mai al tavolo della trattativa – né mai ha pensato di doverlo fare – per porre fine ad una guerra con la quale si identifica personalmente e concepisce come una sorta di missione salvifica, che sconfina nel “sacro” della redenzione di un popolo e del riscatto di una egemonia smarrita.
Una missione che oggi la storia consegna, non ad altri, ma a lui ed a lui soltanto, nel culto della Grande Madre Russia.
Il destino di un grande popolo
Ma il destino di un grande popolo può trovare nella violenza la sua cifra distintiva? Putin non è in grado di avvertire questa palese contraddizione. È stato educato, nel KGB, al delitto, al culto della violenza, della menzogna e dell’inganno ed ha maturato un cinismo feroce, glaciale, del tutto indifferente ai lutti inflitti, a cominciare dal suo popolo. Non è più in grado, se mai lo sia stato, di ragionare se non in termini di forza e di sopraffazione.
Non è raro che, in particolari momenti critici, di tensione e di svolta, le contraddizioni del tempo sembra possano trovare una composizione nella personalità patologica di un leader, che diventa, assieme, primo attore e prigioniero di un processo di cui una volta avviato perde, di fatto, il controllo fino ad esserne travolto. Sono, spesso, situazioni drammatiche, difficili da governare, inaccessibili alla stessa diplomazia nella misura in cui sono attraversate da istanze che sfuggono ad ogni calcolo di opportunità politica e rispondono a fattori irrazionali imponderabili.
Putin non può recedere
A questo punto, dunque, meno che mai, Putin può recedere da una guerra di cui ha bisogno sul piano personale, anzitutto. E sul piano interno, dove se appena cedesse ad uno spiraglio di libero confronto sarebbe perduto. E così a livello internazionale dove altro non ha da gettare sul tavolo, nel confronto con le maggiori potenze, ivi comprese quelle emergenti, se non le ricchezze naturali del suo territorio immenso. Sa di avere, da Trump, man leva in un’Europa di cui teme, anzitutto, la cultura liberale ed il contagio democratico.
D’altra parte – cosa troppo spesso dimenticata – il burattinaio di ultima istanza sta a Pechino ed ordisce una trama di lungo periodo nella cui strategia al compagno di Mosca è assegnato il ruolo della testa d’ariete che frantuma gli equilibri internazionali, così da poterne progettare una differente architettura.
Il burattinaio di ultima istanza
Insomma, a parte la situazione militare sul campo, Putin desisterebbe dalla guerra solo se fosse messo con le spalle al muro da una frattura del fronte interno che non ci sarà oppure se licenziato – per giusta causa, avendo ormai adempiuto al compito – da Pechino.
In quanto all’Europa, anziché infilarsi nel dubbio amletico tra sostegno militare a Kiev e diplomazia, deve costruire una strategia nella quale braccio armato e braccio diplomatico, anziché escludersi o elidersi a vicenda, agiscano di concerto l’uno potenziando l’altro.
Senonché, l’Europa non ha la necessaria fiducia in sé stessa, né la solidarietà interna sufficiente ad assumere il ruolo centrale, cui potrebbe aspirare, nel nuovo ordine multipolare delle relazioni internazionali.
Domenico Galbiati