Enrico Letta non è da meno dei suoi colleghi capi di partito nel parlare un po’ a ruota libera nel corso di questa campagna elettorale cui sembra potergli affibbiare il titolo di un settimanale molto popolare: “Di più”. Lo ha fatto anche in materia di Scuola giungendo a proporre di ” “rendere obbligatorio l’asilo e allungare l’obbligo sino a 18 anni”. Bellissima idea a tirarla fuori in un salotto che, però, non tiene conto delle condizioni disastrose in cui è ridotto l’intero settore scolastico e, in particolare, quello che riguarda i più piccini. Il nostro è uno dei paesi più arretrati nella fornitura di servizi in grado di rispondere alle famiglie in cui sono presenti bambini in età prescolare.

Ma ciò premesso, ci troviamo di fronte a frasi ad effetto che ignorano  gli antefatti più importanti che, nel caso della Scuola, come ricorda il documento di INSIEME in materia, riguarda soprattutto l’urgenza di dare vita ad un “patto educativo globale, nato da un serio confronto tra Stato-Regioni-Realtà locali e tra docenti-discenti/genitori” (CLICCA QUI).

La Scuola non ha bisogno di proposte improvvisate, ma di un ripensamento generale che prenda le mosse dal riconoscimento del fatto che oggi ci si deve porre il problema educativo al di sopra di tutto. E senza dimenticare la famiglia e le tante comunità di cui ogni singolo giovane fa parte. E’ questa la sostanza della riflessione che mons Michele Pennisi ha appena affidato alle pagine di Interris e che qui di seguito proponiamo integralmente.

L’educazione è l’esito di una rete di relazioni tra soggetti educanti. È anzitutto un fatto “corale”, non una funzione specialistica. Recita un proverbio africano: “Per educare un figlio ci vuole un villaggio”. Per educare un ragazzo ci vuole tanta gente: famiglia, insegnanti, personale non docente, professori, tutti! Ciò non preclude, anzi comprende, la necessità di distinguere compiti e responsabilità tra i diversi soggetti. L’importanza del tema dell’educazione, è una priorità, anche se non da tutti compresa. Non ci sarà innovazione se l’educazione non sarà rimessa al centro dell’interesse e delle preoccupazioni delle persone, delle famiglie, della scuola, di tutta la società civile e quindi dello Stato stesso.

Secondo don Luigi Sturzo il problema dell’educazione e dell’istruzione, come fattori fondamentali della cultura di un popolo, hanno un ruolo importante per promuove l’uguaglianza, la libertà e la giustizia, uno Stato veramente democratico. Don Sturzo fu uno strenuo difensore della libertà di educazione fondata sulla responsabilità personale e sul principio di sussidiarietà. “Finché gli italiani – scriveva con vigore profetico nel 1947 tornato dall’esilio – non vinceranno la battaglia delle libertà scolastiche in tutti i gradi e per tutte le forme, resteranno sempre servi: servi dello stato (sia democratico o fascista o comunista), servi del partito (quale ne sia il colore),servi di tutti, perché non avranno respirato la libertà, – la vera libertà che fa padroni di sé stessi e rispettosi e tolleranti degli altri, – fin dai banchi di scuola, di una scuola veramente libera”. Nel 1959 scrisse: “La storia della scuola italiana, dalla elementare alla universitaria, è la prova di una statizzazione implacabile, di una centralizzazione burocratica aberrante, di una inimicizia fra la scuola ufficiale e la sua libera organizzazione addirittura senza tregua”.

Don Sturzo sostenne la parità di diritti e di doveri fra scuola statale e non statale e propose una loro integrazione basata su una leale concorrenza che puntasse sulla qualità dell’insegnamento. Egli quindi chiedeva la libertà anche per la scuola statale sottraendola alla burocrazia centralizzatrice, consapevole che solo la libertà costituiva il termometro di ogni democrazia. Egli sognava una scuola vera, libera, gioiosa, piena di entusiasmi giovanili, sviluppata in un ambiente adatto, con insegnanti impegnati alla nobile funzione di educatori, che non può germogliare nell’atmosfera pesante creata dal monopolio burocratico statale. La scuola non sostituisce i genitori bensì è ad essi complementare. Questo è un principio basilare. Chiarì don Sturzo: “Qualsiasi altro collaboratore nel processo educativo deve agire in nome dei genitori, con il loro consenso e, in una certa misura, anche su loro incarico”. Il punto di partenza deve essere la responsabilità educativa dei genitori e la libertà che deve essere loro assicurata di poter scegliere la scuola dei figli senza condizionamenti di sorta: economici, pratici, giuridici. La libertà deve essere effettiva o non è libertà. Un imprescindibile valore di civiltà è costituito dalla libertà di educazione, che implica per gli alunni e per i genitori la possibilità di scelta senza condizionamenti del percorso di studi e della scuola per sé o per i figli.

mons Michele Pennisi

Pubblicato su Interris (CLICCA QUI)