La National Security Strategy pubblicata recentemente dalla Casa Bianca si apre indicando la pace e la stabilità del sistema internazionale come obiettivo di fondo della politica di sicurezza degli Stati Uniti. In piena coerenza afferma l’intendimento di “mantenere buoni rapporti con i paesi i cui sistemi di governo e società differiscono” dai propri, operando una sorta di rivoluzione copernicana rispetto alla insistente retorica dei governi europei e del main stream dei media occidentali che non perdono occasione di affermare come deontologica, e quindi doverosa, la contrapposizione fra le democrazie e gli autoritarismi.

Ma oltre a rifiutare questa contrapposizione la nuova strategia della Casa Bianca mette anche in discussione la piena democraticità di quei sistemi politici che, appunto, della democrazia affermano di essere paladini. Denuncia invece che i diritti naturali “God-given” dei singoli, “di libertà di parola, di libertà di religione e di coscienza e il diritto di scegliere e guidare il proprio governo subiscono restrinzioni antidemocratiche imposte dalle élite in Europa e nell’Anglosfera”, e annuncia la decisa opposizione degli Stati Uniti a queste pratiche. “In particolare fra i …[propri] alleati”.

Con un ulteriore smarcamento dalle politiche ideologiche dell’Occidente europeo si annuncia l’abbandono del principio della condizionalità per l’assistenza e per la cooperazione economica con i paesi meno sviluppati. Si afferma anzi che gli Stati Uniti cercano buone relazioni e rapporti commerciali pacifici con tutte nazioni del mondo, senza imporre loro cambiamenti democratici o sociali che differiscano ampiamente dalle loro tradizioni e storie. Un passaggio, questo, non dissimile dal rispetto per la “civilizational diversity” del recente comunicato finale di Tianjin della Shanghai Cooperation Organization.

Lo Stato-nazione viene indicato come l’unità politica fondamentale del sistema internazionale e se ne annuncia la tutela dei diritti contro le incursioni, che ne minano la sovranità, delle organizzazioni transnazionali più invadenti. Di fronte agli allarmi diffusi in Europa per l’imminenza di una crisi bellica provocata dalla Russia Trump ignora il ricorso a iniziative diplomatiche multilaterali, quali quelle offerte dall’ONU, e si ripromette l’impiego di una propria diplomazia “unconventional”e della potenza militare americana per “spegnere chirurgicamente le braci della divisione tra le nazioni dotate di capacità nucleare e le atroci guerre causate da un odio secolare”.

Ne deriva un’apertura diretta nei confronti della Russia e della Cina. In particolare, l’impegno per una gestione delle relazioni europee con la Russia intese a ripristinare la stabilità strategica nella massa continentale eurasiatica e a ridurre il rischio di un conflitto fra la Russia e gli Stati Europei. Ponendo anche “fine alla percezione, e…[impedendo] che diventi realtà, della NATO come un’alleanza in continua espansione”. Si auspica quindi una rapida cessazione delle ostilità in Ucraina per prevenire un’escalation o un’espansione involontaria della guerra. Tanto più che “un’ampia maggioranza dei popoli europei desidera la pace, desiderio che non si traduce in politiche concrete, in larga misura a causa del sovvertimento dei processi democratici da parte dei loro governi”.

Con l’altra maggiore potenza “dotata di capacità nucleare”, la Cina, si afferma di puntare ad un riequilibrio dei rapporti economici caratterizzato da reciprocità e correttezza tali da rendere possibili degli scambi mutualmente vantaggiosi. Questi intendimenti conciliatori vengono però inficiati dall’annunciata intenzione di opporre una deterrenza efficace all’emergere di un egemone nella regione dell’indopacifico e di coinvolgere in questo impegno non solo gli alleati e i partner della regione ma, auspicabilmente, anche l’India con un ampliamento del ruolo del Quadrilateral Security Dialogue (QUAD) di cui Nuova Dehli è pure parte. Sviluppo non agevole, considerando la mancanza di entusiasmo del governo indiano per l’estensione all’oceano indiano della responsabilità strategica del comando navale americano del Pacifico, come evidenziato dall’incidente diplomatico dell’aprile 2021 per l’attraversamento senza previa autorizzazione da parte di un incrociatore americano della zona economica esclusiva delle isole Laccadive.

Nelle intenzioni americane tale deterrenza dovrebbe estendersi anche a qualsiasi modifica dello status quo non solo nello stretto di Taiwan e nel mar cinese meridionale ma anche nella prima catena di isole del Pacifico che corre lungo tutta la costa cinese. Il congelamento dello status di Taiwan, se per un verso si oppone a un’ipotetica annessione dell’isola da parte di Pechino, dall’altro ne previene anche un’ipotetica dichiarazione di piena indipendenza. Ma se questo passaggio può avere un valore ancipite non è altrettanto vero per il congelamento dell’assetto della prima catena di isole, che con le sue strettoie, in caso di crisi bellica, costituirebbe una barriera per il libero accesso della marina cinese al mare aperto. L’obbiettivo annunciato della politica asiatica di evitare un confronto militare appare comunque non assicurato.

Le buone intenzioni vengono poi ribadite nei confronti dell’Europa, della quale si auspica un ritorno alla “greatness” originaria nonostante il calo della sua quota del PIL globale: dal 25 per cento del 1990 al 14 attuale. Si osserva, però, che il declino dell’Europa non è dovuto solo all’economia ma alle scelte dell’Unione Europea che “minano la libertà e la sovranità politica” degli stati membri, “censurano la libertà di parola e reprimono l’opposizione politica”, minando inoltre le identità nazionali e la fiducia in se stessi degli Europei con le politiche migratorie, tanto più dannose in relazione al crollo dei tassi di natalità al loro interno . Si esprime l’auspicio che l’Europa resti europea, che riacquisti la sua autostima in quanto civiltà e che abbandoni la sua fallimentare tendenza alla “soffocazione normativa” per l’eccesso di regole “imposte da Bruxelles e accettate da leader che non sono più espressione autentica dei loro popoli”.

Nei confronti dell’”emisfero occidentale” gli Stati Uniti sono meno aperti al dialogo, ritornano anzi alla dottrina di Monroe con un aggiornamento del corollario Roosevelt del primissimo Novecento con quello che viene definito “corollario Trump”. Un programma di azione politica che, dall’intervento per sanare i “malfunzionamenti cronici” degli stati latino americani del primo corollario, annuncia una maggiore presenza militare nell’emisfero e un deciso ostacolo ad iniziative di cooperazione economica e commerciale da parte di paesi esterni, con particolare riferimento ai progetti volti alla creazione di infrastrutture. Aggiungendovi l’impegno a rafforzare i rapporti già esistenti con gli stati americani amici e di crearne di nuovi con quelli meno vicini. Opponendo, inoltre, un deciso stop ai movimenti migratori che va ben oltre l’emisfero occidentale e che assume una dimensione globale: nel testo si afferma solennemente “Era of Mass Migrations Over” e che ogni paese ha il diritto-dovere di difendere la propria sovranità e i caratteri etnici della sua popolazione. Aggiungendo l’impegno per la difesa dei diritti sovrani delle nazioni, contro le incursioni delle organizzazioni transnazionali più invadenti che ne minano la sovranità.

Se questi passaggi evidenziano un deciso cambio di rotta rispetto alle politiche adottate dagli Stati Uniti dopo la fine della guerra fredda e la dissoluzione dell’Unione Sovietica richiamano, tuttavia, una tradizione che risale all’inizio del XX secolo e che ha nei due presidenti Roosevelt i suoi ispiratori. All’attualizzazione del primo corollario della dottrina di Monroe (1904) si accompagna l’esigenza di coinvolgere, in un meccanismo comune di stabilità, gli attuali maggiori fattori di potenza del sistema internazionale, così come fece, con l’ONU, F.D. Roosevelt nel 1945, rendendo più realistici i troppo ambiziosi progetti del suo predecessore, Woodrow Wilson. Coinvolgendo la Russia, la Cina e questa volta, auspicabilmente, anche l’India. Magari con un rilancio di un’ONU adeguatamente riformata. Rimane fuori da questo quadro l’Europa, le cui attuali élite politiche faticano a riconoscersi in questo disegno.

AntonGiulio de Robertis

 

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