Finiti i festeggiamenti inebrianti per la vittoria del “NO” e stappato lo spumante delle “primarie”, chi già afferma – lo fa Eddy Schlein – che “la prossima volta tocca a noi”, non ha capito quanto la partita sia tuttora aperta e come, metterla in quei termini, significhi porre le premesse di una sicura sconfitta. A meno che – e se fosse così sarebbe grave – a sinistra si pensi che avesse ragione Nordio, quando affermava che, secondo una concezione predatoria del potere, il “Sì” sarebbe convenuto anche alla Schlein il giorno, appunto, che fosse “toccato a lei”.
Stia attenta, cioè, la sinistra a non cadere nella trappola di trasferire un simile assunto alla vicenda della nuova legge elettorale che ha avviato il suo iter in Parlamento. Si deve stare sul pezzo, altro che distrarsi, compiacersi ed inneggiare ad una vittoria che è tutta da costruire. Anche perché il punto – e la sinistra lo dovrebbe intendere, ma così, almeno fin qui, non pare – non è solo prevalere sulla destra, ma superare le forche caudine di un sistema maggioritario-bipolare, che, pur se prevalesse la sinistra, non consentirebbe altra dinamica, se non la rissosa sfida da “vecchio west”, che già conosciamo come costringa e soffochi la nostra democrazia.
La cosa vale sì per la sinistra – almeno quella parte, fortunatamente prevalente, che non si è lasciata incantare da sofisticati ed intellettualistici ragionamenti politologici che l’ hanno allontanata dalla comprensione “politica” del momento – ma vale soprattutto per le tante forze spontanee ed associative, a cominciare dai giovani, che hanno determinato la vittoria del “No”.
La nuova legge elettorale, proposta dal governo, è stata studiata, da menti raffinate, in modo meditato ed accorto, perché fosse talmente funzionale al “premierato” da garantirne, sul piano di fatto, sostanzialmente gli stessi effetti qualora, sul piano del diritto, non si fosse riusciti a condurre in porto la relativa riforma costituzionale. E’ esattamente quel che è successo e le menti raffinatissime di cui sopra avevano, in buona misura, previsto. Con ogni probabilità – sarebbe una strategia, a questo punto, talmente spregiudicata da apparire suicida – la maggioranza di governo non oserà sfidare, ancora una volta, il sentimento “costituzionale” degli italiani, ma questo non significa che rinunci al suo sogno egemonico, sia pure passando per una subordinata, cioè adottando una legge elettorale che, di fatto – in nome di una “proporzionalità” solo presunta – alteri il dettato costituzionale, senza intaccarne la lettera, così da sottrarsi al pronunciamento collegiale del popolo italiano.
La soglia bassa per accedere ad un premio di maggioranza abnorme, le liste bloccate, il possibile ballottaggio, il nome del candidato premier sui programmi: un insieme di elementi che alludono ad un possibile esito, in virtù del quale chi prevale si porta a casa tutto. La sinistra che, a suo tempo, sostanzialmente digerì il Porcellum e non pretese una legge proporzionale, quando pur poteva, a buon diritto, rivendicarla, può essere tentata di giocarsela alla “o la va o la spacca”? Intende contrastare questo disegno oppure, di fatto, emendamento più, emendamento meno, stare al gioco di una legge elettorale che consacra – anche “pro domo sua” – un bipolarismo rissoso, pur di blindare il sistema, così com’è oggi, anzi peggio?
Una volta in più appare evidente come sia necessaria una forza che sappia, in autonomia, porsi fuori dal perimetro di un sistema decotto e superarlo una volta per tutte.
Domenico Galbiati