Il “non mi dimetto” di Giancarlo Giorgetti la dice lunga sulla tensione che c’è con i suoi della Lega. Ma, in parte, anche con Giorgia Meloni che sta cedendo su più di un punto ai diktat di Matteo Salvini e dei suoi colonnelli, tra i quali si distingue il senatore Claudio Borghi. Giorgetti é più che mai un “separato” in casa leghista?
Egli non avrebbe sfigurato tra i tecnocrati spagnoli del dopo Franco. Anche lui, come molti di loro, vicini all’Opus Dei. Cioè – dicono gli ostili – di un miscuglio di conservatorismo illuminato che si coniuga con la Dottrina Sociale, ma non pienamente coincidente con il consolidato pensiero popolare e cristiano democratico di Sturzo, De Gasperi e Moro. Non è un caso che Giorgetti abbia fatto i suoi primi passi in politica nel Fronte della gioventù del Msi, prima di lanciarsi nella Lega di Bossi il cui spirito solidale era circoscritto alle terre del Nord.
Poi il tempo macina come le ruote di un mulino. E, così, lo ritroviamo, spesso silenzioso, accanto al Salvini della destra nazionalista e sovranista che fa persino concorrenza a Giorgia Meloni. E così si accredita come il leghista “alla Draghi”.
Finito allora nel partito sbagliato? Comunque ritrovandosi addirittura seduto alla scrivania del Tesoro di quel Quintino Sella il cui impegno fu tutto dedicato al pareggio di Bilancio della economicamente mal messa Italia appena riunita e, in parte, estero guidata. In particolare, da quel Regno Unito che tanto aveva fatto per il Risorgimento e che anelava, in cambio, a gestire il piano di costruzione delle Ferrovie italiane, volante fondamentale per la nascita dello Stato che aveva unificato l’intera Penisola. E qualche similitudine appare tra Giorgetti e il suo illustre e controverso predecessore.
Come Sella, Giorgetti è ligio e determinato. Lo ha dimostrato subito gestendo il nuovo Patto di stabilità in Europa accettando gli stringenti termini del rientro dal Debito e, quest’anno, in particolare, concependo una delle manovre di Bilancio più “povere” della storia moderna italiana.
C’è da riconoscere che Giorgia Meloni l’ha seguito ed assecondato. Abbandonando quella postura di estrema contrarietà all’Europa su cui ha fatto le fortune dei Fratelli d’Italia. E concedendosi solo qualche tirata retorica, ma senza che ciò inficiasse una completa osservanza dei Patti concordati a Bruxelles.
Del resto, i due sono quelli che hanno incassato i dividendi più consistenti dovuti alla “benevolenza” con cui gli altri europei hanno, prima, sospeso il vecchio Patto di stabilità e, poi, elargito a Giuseppe Conte il Pnrr. Miliardi su miliardi il cui rubinetto si chiuderà l’anno prossimo. E allora “parrà loro nobilitate”.
Ma se Giorgia Meloni può fare tutti i giri di valzer che vuole – stando comunque attenta a non scontentare i gruppi sociali che la sostengono – per Giancarlo Giorgetti il compito è molto più arduo. Perché chi comanda nella Lega resta ancora Matteo Salvini che ha piazzato nel ruolo di responsabili economici del partito, e in Parlamento, tutti personaggi distintisi sempre per un’ostilità estrema contro l’Europa e l’Euro.
C’è dunque una sorta di “peccato originale” alla base delle incresciose vicende cui assistiamo in questi giorni natalizi e di fine anno dedicati al Bilancio dello Stato. Peccato “originale” che si spiega- e continua a restare in piedi, probabilmente fino a fine Legislatura – con la qualità della politica nostrana regalataci da un sistema bipolare nato per assicurare la “governabilità”. La quale, alla fin fine, si sta sempre più dimostrando che è quella di chi vuole governare a tutti i costi senza l’assunzione di una reale responsabilità nei confronti di un sistema politico decotto da tempo e delle difficili condizione degli italiani, soprattutto quando spingono nei supermercati il carrello della spesa. Più che mai trattati come sudditi costretti “o mangiare la minestra o a saltare la finestra” . I più si sono già avviati, forse con un istinto di autoconservazione, per ora, … gettandosi nell’astensionismo.
Giancarlo Infante