L’incontro di due giorni fa a Palazzo Chigi di Giorgia Meloni con Volodymyr Zelensky non è stato, come in tante occasioni precedenti, all’insegna del “fino alla vittoria”.
La visita del Presidente ucraino ha seguito il solito incontro con i veri tre “volenterosi” europei, Macron, Starmer e Merz, finiti per aggiungere allo scontro con Putin anche un’azione di contenimento – se non di interdizione – del Piano dei 28 punti di Trump.
La oramai nota Organizzazione costituita di fatto, e denominata E3, serve a dirigere l’Europa a fronte dell’impossibilità emersa di fare svolgere questo ruolo ad una Unione dove arrivano continuamenti i veti – vedi l’Ungheria- o presso la quale appare evidente il tentativo d’impedire il superamento di un metodo decisionale che richiede defatiganti impegni con l’accordo di tutti i 27 – vedi Giorgia Meloni.
La nostra Presidente del Consiglio, così, si sta dunque inerpicando lungo un sentiero in solitaria. Al momento, tutto è suscettibile di variazioni. Noi stiamo al fianco di Zelensky, partecipiamo alla difesa dell’Ucraina, ma non ci allontaniamo da Trump. Anche se è evidente che tutto non è più tanto facile da tenere assieme. Certo – e non è un male – sembra che parliamo di più di pace mettendo la sordina alla parola “vittoria”. Zelensky, in ogni caso, ha tenuto a precisare che “si fida” della Meloni per quanto riguarda i negoziati. Una notazione che forse non sarebbe stata necessaria fino all’incontro agostano in Alaska tra Trump e Putin.
La solitudine della Meloni può essere interpretata in vari modi. Non mancano, ovviamente, le accuse di rinnovata sudditanza verso i poteri d’Oltreoceano. Applicata con la stessa disinvoltura dell’incrollabile posizione tenuta ai tempi di Joe Biden. Si sarebbe tornati alla solita “italietta” che nello scorso secolo non ha mai terminato una guerra con gli alleati con cui l’aveva cominciata. Quella che, nel 1915, passò senza colpo ferire dalla Triplice Alleanza alla Triplice Intesa e quella che fece il bis dell’8 settembre del 1943.
I suoi sostenitori in tv continuano a parlare, invece, della sua funzione di “ponte” tra Trump ed Europa. Un che di velleitario, per come si sono messe le cose? Del resto, smentito da un documento della Casa Bianca secondo cui chi oggi comanda a Washington punta sull’Italia della Meloni, sull’Ungheria di Orbàn e sui nazionalisti polacchi ed austriaci per mettere i bastoni tra le ruote di Bruxelles, in generale, e sui “volenterosi”, in particolare. Come per quello di Salvini sullo Stretto, la conferma che non sembra essere questa la stagione dei … ponti.
Ma c’è anche chi, invece, fa assurgere le posizioni di Giorgia Meloni – nettamente diverse da quelle di Matteo Salvini e con talune difformità rispetto all’altro Vice, Antonio Tajani – a vero e proprio capolavoro diplomatico. E Palazzo Chigi, così facendo, guardandone le mosse sotto l’ottica domestica, proverebbe ad intercettare sia la voglia di pace che ha sempre animato gli italiani, sia la profonda ostilità, che oggi li accomuna agli altri popoli europei, nei confronti di Donald Trump.
Interpretazioni tutte valide che devono, però, reggere il vaglio dei risultati e, per certi versi, anche delle conseguenze delle scelte compiute.
E’ vero che la E3 è una sorta di surrogato dell’Europa come ce la siamo fino ad oggi immaginata ed auspicata. E non bisogna certo dimenticare che i tre paesi che la compongono – oltre a spostare il baricentro europeo parecchio più a nord, e in qualche modo anche ad evitare che però lo sia troppo, viste le pulsioni degli stati baltici e della Polonia – sono tutti presi a ribadire la difesa dei propri interessi nazionali anche sul fronte sud dello scenario europeo e su quello mondiale. La Germania soprattutto, pur subendone dei contraccolpi non di poco conto. Basta guardare al calo delle esportazioni verso la Russia e all’impossibilità di continuare con l’importazione a basso costo del gas di Putin. E che così facendo, riceve dal conflitto ucraino la luce verde per riarmarsi.
Anche il Regno Unito approfitta della situazione per rimediare all’errore della Brexit e, quindi, per accrescere il proprio peso sullo scacchiere europeo e, addirittura, al tempo stesso se del caso, provare a far valere gli storici “rapporti privilegiati” con gli americani, posizione da cui non sono certamente scalzabili: ci sono già riusciti in materia di dazi.
Come tutti i surrogati, dunque, la fermezza con cui la E3 ribadisce il sostegno a Zelensky e l’intenzione di essere parte di un autentico processo di pace – che gli europei non possono certamente vedersi passare sulla testa, visto che ne va del futuro anche dei propri progetti con il vicino Putin – è ciò che siamo costretti a considerare, adesso, speriamo non nel futuro, come un “male minore”.
In effetti, bisognerà vedere quante e quali scorie si lascerà dietro la “strana forma” che ha assunto l’Europa in questa lunga stagione di guerre ai propri confini. Come per l’Ucraina, difatti, è pure da considerare quello di Israele contro i palestinesi. Del resto, sia i suoi esaltatori acritici, sia gli altrettanto acritici detrattori, dovranno fare i conti non con un modello “astratto” di Europa, ma con ciò che offre la sempre più complessa realtà quotidiana.
E’ in questo quadro in continuo movimento che Giorgia Meloni una scommessa la sta, in ogni caso, facendo, apparendo abbastanza immobile ed indecisa; e noi con lei. Nel caso in cui quello che si può definire uno triplo salto mortale non le riuscirà, o se non le riuscisse appieno.
Giancarlo Infante