L’ Europa messa in discussione

L’ Europa sta affrontando un  cambiamento epocale. Quasi come alla fine dell’antichità, al crollo dell’ Impero Romano. L’ esito  della globalizzazione  selvaggia e la nuova “guerra ibrida” – non si  distingue più tra “fredda” e “calda”-  insieme allo scardinamento del diritto delle genti ed al disincanto verso la democrazia mettono in discussione le certezze consolidate e sembrano rendere la pace un obiettivo sempre più lontano, oltre l’orizzonte. Gli attacchi all’idea stessa della costruzione europea si moltiplicano. L’ Europa potrà sopravvivere? Tanti pensano ed affermano che sia ora il momento di agire, di “fare qualcosa”. Ora o mai più. Ma non c’è accordo su quale strada seguire, sugli obiettivi cui puntare e sui punti su cui fare forza .

Il prof. Nicola Martoscio ( Il ruolo dell’ Europa tra guerra e pace e l’ordine mondiale,Il Tirreno  8 dicembre 2025)  ha espresso le sue preoccupazioni per una situazione in cui l’ Europa appare sempre più paralizzata ed ha cercato di individuare due punti di forza. La “rafforzata stabilità dell’ euro” dimostrabile dati alla mano, da una parte, e l’abbozzo di una “politica di difesa” ovvero “il potenziamento  delle capacità indipendenti  di difesa dello spazio  europeo pur nell’ambito della Nato”, dall’altra parte. Anche Angelo Panebianco in Le vie per l’ Europa ( Corriere della sera 15 dicembre 2025) ha parlato di “difesa” e di  “innovazione” quali punti di forza dell’ UE. Possiamo davvero ripartire da qui?

E’ il caso di riflettere un attimo. La rafforzata stabilità dell’euro, la sua “tenuta” è certo un “collante” che tiene insieme Stati e governi. Ma, purtroppo, ad un prezzo crescente. I vincoli di bilancio che impongono, specie col nuovo patto di stabilità, misure omogenee in situazioni disomogenee ed obbligano a fare parti uguali tra soggetti disuguali, hanno dato vita ad una “concorrenza regolamentare” fra Stati in cui non sono le imprese a concorrere ma  i sistemi istituzionali, che si tratti di fiscalità di previdenza o di svalutazione del lavoro (quella che in Italia ha rimpiazzato le svalutazioni monetarie). Si è poi sempre detto che la politica monetaria comune non può stare senza una politica fiscale comune  e senza una politica di investimenti comune, ma si tratta di dimensioni al momento inesistenti ( eccezione il Recovery Plan) , senza le quali parlare di “innovazione” è discorrere a vuoto.

Ancora più problematico l’altro punto, quello della “politica di difesa comune”. Certo di fronte al dilagare ubiquitario di un bellicismo che pare ormai coinvolgere il mondo a partire dall’Occidente, una difesa armata più “deterrente” non  pare contestabile. Ma può esistere una tale “difesa” senza una politica estera comune e senza obiettivi politici comuni, solo accumulando armamenti? Difendersi contro chi, solo contro Putin, o vi sono altre minacce? Sono sufficienti le linee tracciate dai Consigli Europei e concordate volta per volta tra i singoli Stati?

Esiste una missione europea?

Credo che bisogni invertire il segno del discorso. Non dovremmo chiederci se e come l’ Europa può sopravvivere, ma se e come l’ Europa può fornire qualche soluzione utile per l’ ordine internazionale. Esagerazione provocatoria? No, se riflettiamo sulle peculiarità del  passato europeo più o meno recente. L’ Europa è stata certamente colpevole di guerre insensate e distruttive,  ha persino ospitato  entro il cuore della sua civiltà l’ evento dell’ Olocausto. Ma essa ha così potuto conoscere la tragedia dell’esistenza umana, meglio e più a fondo di ogni altro continente. Ha conosciuto, più di ogni altro continente, anche l’intreccio tra bene e male che si configura quasi sempre inevitabilmente in ogni trasformazione ed in ogni  “progresso” umano. Non ha invece- fortunatamente- mai potuto nutrire la fede semplicistica e ottimistica nel progresso universale e necessario, non ha mai creduto in un suo manifest destiny  in un suo proprio “destino di grandezza” come hanno fatto invece gli Stati Uniti d’ America

Combattere le dittature, ma non combattere i popoli

Da questo passato, rielaborato da politici, filosofi, uomini di pensiero  e letterati, l’Europa ha tratto una idea di  missione e di destino, che è ciò che ha consentito di porre mano alla costruzione europea, la missione di disciplinare il potere che essa stessa ha creato, di assicurare la libertà contro i rischi che essa stessa produce. Lo dicono le grandissime figure  letterarie ed artistiche che ne delineano in profondità il suo profilo culturale: Faust, Amleto, Don Quijote e Don Giovanni. L’ Europa non è perciò una potenza come le altre, una potenza che ha puntato al dominio, alla tecnologia o all’espansione. L’ Europa ha intrapreso altre strade.

Ma se è così, allora come combattere i dittatori e le autocrazie che oggi sfidano apertamente il diritto internazionale ed i principi democratici ed hanno una idea opposta di potere politico ? Non sarebbe stato utopistico fermare Hitler senza ricorrere ad una forza armata più potente della sua? In realtà è proprio il fenomeno nazista a fornire la prova storica del “realismo” rivoluzionario  del modello europeo. Chiediamoci infatti come abbia potuto Hitler assumere il potere illimitato che gli ha consentito di occupare tutta l’Europa. Hitler ha potuto dominare l’ Europa non soltanto perché nel 1938 il Patto di Monaco gli aprì, attraverso una “pace” arrendevole,  la strada alla conquista dell’ est. Hitler si era potuto affermare perché il trattato di Versailles  del 1919  con la “pace punitiva” e le  “riparazioni impossibili” imposte alla Germania aveva preparato per l’ insignificante estremista fallito del putsch di Monaco del  1923 un comodo futuro da leader del riscatto nazionalistico del popolo tedesco, umiliato prima dalle riparazioni e massacrato poi dalla “austerity” finanziaria degli anni trenta.

La vicenda europea insegna che  è pericolosissimo combattere stati autoritari come era il Secondo Reich punendo il popolo. Ed in effetti dopo il 1945 si evitò di ripetere l’errore di Versailles, nessuno chiese  i “danni di guerra” alla Germania. L’Europa come costruzione politica inizia a svolgere il suo ruolo “federatore” rimuovendo le cause dei conflitti, ricostruendo la comunità internazionale, dandosi un adeguato orizzonte temporale, non modificando le relazioni attraverso la forza, che pure era stata necessaria.

Purtroppo questa non è più l’Europa di oggi, che ha smarrito la dimensione del tempo e conosce solo quella di uno spazio, popolato peraltro da alleati infidi, da competitori agguerriti e da “nemici” irredimibili, non da popoli culturalmente diversi con cui si possa cooperare o discutere per ricomporre i conflitti. Lo spazio sempre più stretto della globalizzazione che ci lega, ma non ci rende “fratelli”, ha così dettato all’ UE  le “emergenze” ininterrotte che si susseguono dal 2011 ad oggi, dalla crisi dei debiti pubblici, alla emergenza climatica, alla pandemia e alla guerra.

Ormai l’ UE prende le decisioni più importanti ( come il finanziamento del riarmo ) sulla base dell’art. 122, comma 2 del TFUE , nato per la “politica economica” ma oggi utilizzato per finalità politiche  generali, un articolo che prevede “circostanze eccezionali” , prevede cioè uno “stato d’eccezione” che rischia di essere permanente, tanto più in presenza di una guerra “ibrida” indistinguibile dalla pace. Un articolo che prevede l’iniziativa della Commissione e l’accordo col Consiglio, senza coinvolgimento del Parlamento. E questo peraltro in un contesto in cui la Commissione svolge contemporaneamente la funzione di guardiano dei trattati, di organo di impulso dell’esecutivo oltre che della legislazione e di interprete dei Trattati stessi ( con le comunicazioni interpretative che ad esempio contemplano le deroghe al divieto degli aiuti di Stato). Una concentrazione  paradossalmente debolissima,  di poteri non accountable capaci di imporsi all’interno ma incapaci di approfondire l’integrazione ( rimanendo prigioniera dei nazionalismi e sovranismi)e soprattutto incapace di resistere alle pressioni esterne, come oggi Trump ha reso evidente. .

Il veto nascosto che va contrastato

Qui allora è il punto su cui bisogna agire. L’attuale UE, si dice, è bloccata dai veti minoritari nelle decisioni del Consiglio. E’ vero, Ungheria e Slovacchia hanno cercato di ostacolare l’invio di armi all’ Ucraina, comunque poi avvenuto. Tutto qui il problema? Superare il naziocentrismo filorusso di Orban? L’ UE non ha certo bisogno di liberarsi di un freno peraltro inefficace (ed espresso in altri campi non dai veti ma anche dalle decisioni del Consiglio), ha bisogno dell’impulso potente a procedere nel ridisegnare la politica estera di sicurezza e di convivenza internazionale  che può provenire solo, se vogliamo restare democratici, oltre che umani, dalla volontà espressa istituzionalmente dalle opinioni pubbliche e da una solida  rappresentanza dei cittadini europei, non da una volontà espressa da organismi regolatori privi di investitura popolare. Una UE che sia desiderosa non di sopravvivere ma di tener fede al suo ruolo storico deve far questo. Altro che abolire il potere di veto nel Consiglio dell’Unione, cioè nell’istituzione che tutela gli interessi nazionali e che potrebbe frenare una vera integrazione anche se libera del vincolo dell’unanimità!

Bisogna abolire un altro veto, quello più importante ed ignorato e che paralizza l’UE. Il veto, non  dichiarato è vero, della iniziativa normativa che è stata sempre negata al Parlamento europeo. Una iniziativa finora monopolizzata dalla Commissione. Quanti cittadini europei sanno che il Parlamento Europeo è forse l’ unico al mondo privo di diritto di iniziativa legislativa e quanti sanno che è anche l’unico tra quelli federali o confederali ad essere eletto senza una “procedura elettorale uniforme”( vi sono solo principi comuni e le elezioni sono piuttosto elezioni nazionali di midterm che elezioni europee) per cui, alle elezioni europee del 2024, in un paese europeo, di cui è superfluo ricordare il nome, può addirittura candidarsi un presidente del Consiglio in carica per raccogliere consensi,  pur essendo evidente a chi conosce la prassi, ma forse non a chi lo vota, che la sua candidatura è solo una candidatura “di richiamo”?

Solo con l’autorevolezza di un potere parlamentare si potrà affrontare la questione non di una tregua in Ucraina ma delle modalità di ricostruzione di una vera pace europea, certo non obiettivo immediato. Non la questione di un pur necessario  “trattato di pace” con cui si conclude una guerra, che difficilmente è diverso da un compromesso tra forze e che raramente si ispira a criteri coerenti di  giustizia, quei criteri  che sta alle istituzioni sovranazionali ed alla ragionevolezza degli uomini di Stato integrare. La guerra non è un procedimento giudiziario – o un blasfemo “giudizio di Dio”- che alla fine si conclude sempre con un verdetto ispirato  alla giustizia. Non si può fingere – ma neppure pretendere- che quanto stabilito dalla forza coincida con ciò che è stabilito dal diritto. La pace si costruisce non con la forza e con la guerra o con la deterrenza, ma con la tenacia del confronto ragionevole che si fonda sulla idea della esistenza di una comunità internazionale e di interessi diversi da tutelare.

L’UE purtroppo non ha avuto un gran ruolo nel cercare di fermare la guerra in Ucraina, anche se ha certo contribuito alla difesa militare degli aggrediti. Ed ora è costretta a “interagire” con le iniziative di Trump, non certo favorevoli alla sua integrazione.  Ma se non proprio oggi, in un futuro ravvicinato, potrebbe tornare a svolgere il ruolo che i padri fondatori avevano delineato, organizzando la pace nel continente. Bisogna agire ora, è vero. Non certo però accelerando la preparazione alla guerra (contro chi? E con quali obiettivi?), ma togliendo il ”veto nascosto” e  intervenendo sulle istituzioni cui va data la forza e l’autorevolezza necessaria per affrontare le difficili scelte epocali- a partire da quelle su pace e guerra-  che sono ineludibili e che devono essere democraticamente condivise dai cittadini europei. Solo un’ Europa che risponde direttamente ai propri cittadini può assumersi in pieno la responsabilità della propria sicurezza e della propria indipendenza.  Non potrebbe mai farlo una Europa che costruisca la sicurezza attraverso una governance che risponda soltanto alla tecnocrazia o agli accordi temporanei tra governi.

Umberto Baldocchi

 

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