Site icon Politica Insieme

La spinta all’invecchiamento attivo che può aiutare l’economia – di Natale Forlani

L’invecchiamento attivo può essere importante per un Paese come l’Italia che ha problemi anche a livello demografico

La relazione tra il declino demografico della popolazione e la crescita economica è stata oggetto di molti studi. Il più noto dei quali, elaborato da Robert Solow, premio Nobel per l’economia nel 1987, mette in evidenza la relazione virtuosa tra la crescita dell’economia e l’aumento della popolazione, che diventa negativa nelle comunità nazionali caratterizzate dal crollo delle nascite e dall’invecchiamento della popolazione.

La riduzione delle nuove nascite sì riflette nel medio periodo sulla popolazione in età di lavoro. Nello stesso tempo, aumentano le persone anziane a carico della collettività, che utilizzano il risparmio accumulato negli anni di lavoro per mantenere il tenore di vita e alimentano la crescita della spesa pubblica per sanità e pensioni, con effetti negativi sulla quantità delle risorse destinate agli investimenti. Il mancato ricambio generazionale riduce la capacità di adeguare le competenze dei lavoratori in grado di l’utilizzare le innovazioni tecnologiche con riflessi negativi sulla crescita della produttività.

Le tesi di Solow, condivise dalla stragrande maggioranza degli economisti, vengono parzialmente smentite da un’indagine recente effettuata da un gruppo di ricercatori del Massachusetts Institute of Technology e della London School of Economics coordinato dal. prof. Daron Acemoglu, premio Nobel per l’economia nel 2024, che analizza le conseguenze produttive del crollo delle nascite e dell’invecchiamento della popolazione in un ampio gruppo di Paesi sviluppati. Nella stragrande parte di essi, il tasso di crescita si mantiene tendenzialmente positivo per la spinta endogena generata da un maggiore utilizzo delle tecnologie rivolto a compensare la riduzione della popolazione attiva con conseguenze positive sulla crescita della produttività e dei redditi pro capite.

Il tema assume un particolare rilievo per la nostra comunità nazionale, caratterizzata nel contempo dalla costante riduzione della natalità e da un rilevante allungamento dell’aspettative di vita e dell’età media della popolazione. che ci colloca al secondo posto, dopo il Giappone, nella graduatoria mondiale. Con un numero di anziani over 65 anni, attualmente circa un quarto della popolazione residente, destinato a diventare un terzo nell’arco dei prossimi 20 anni.

Nel panorama dei Paesi sviluppati, il caso italiano non offre la conferma di una crescita della produttività e dei redditi da lavoro nel medio periodo. L’assenza di questo contributo pone seri interrogativi sulla sostenibilità della crescita economica italiana nel medio e lungo periodo e del modello produttivo e distributivo attualmente in essere.

Una recente analisi dell’Istat sull’andamento dell’occupazione negli ultimi 5 anni evidenzia una crescita del numero degli occupati, circa 1,6 milioni, che coincide nella quasi totalità con l’aumento del numero lavoratori over 50 anni ( +1,5 milioni) e del tasso di occupazione relativo ( +7,8%) di gran lunga superiore a quello generale (+4,4%). Sono numeri che hanno consentito di recuperare una parte rilevante del differenziale negativo del tasso di occupazione dei lavoratori anziani rispetto alla media dei Paesi europei.

Questa tendenza è generalmente è stata commentata con toni negativi, per segnalare il mancato ricambio generazionale della popolazione attiva, che risulta compromesso anche dalla contemporanea contrazione demografica del numero dei giovani in uscita dai percorsi scolastici. Ma, tenendo conto dell’invecchiamento strutturale della nostra popolazione, l’aumento dei lavoratori anziani dovrebbe essere valutato come fattore positivo e persino indispensabile per la tenuta futura del nostro mercato del lavoro. Superiore, nel medio e lungo periodo anche a quella del tutto improbabile, della ripresa della natalità, se teniamo conto della contemporanea riduzione demografica del numero delle donne fertili e delle tendenze culturali che autorizzano la previsione di un’ulteriore riduzione delle nuove nascite.

La crescita del tasso di occupazione degli anziani ha favorito quella dei redditi pro capite rispetto al 2019 (inferiore solo a quella degli Stati Uniti nell’ambito dei Paesi del G7) e la riduzione del numero delle persone a carico di quelle che lavorano (indice di dipendenza). Per questi motivi, l’invecchiamento attivo non deve essere contrapposto al fabbisogno, del tutto evidente, di aumentare il tasso di impiego delle giovani generazioni, dato che la domanda di lavoratori da parte delle imprese risulta superiore ai lavoratori disponibili. Ma deve essere gestito in modo complementare con una saggia politica di valorizzazione e di adeguamento delle competenze dei lavoratori in funzione dei fabbisogni professionali del mercato del lavoro.

Buona parte dei risultati positivi sono stati generati dalle tendenze spontanee del mercato del lavoro, favorite dalla rivalutazione del ruolo dei lavoratori anziani da parte delle imprese che faticano a trovare una manodopera sostitutiva. Ma il loro prosieguo non è affatto scontato. Nei prossimi dieci anni si concentrerà l’esodo dal mercato del lavoro delle generazioni del baby boom (circa 7 milioni di attuali lavoratori).

La resilienza degli anziani in molti comparti delle attività economiche si mantiene solida per il basso impiego delle nuove tecnologie, ma il tasso di utilizzo delle innovazioni è destinato inevitabilmente ad aumentare, con il relativo fabbisogno di sostituire o di adeguare una parte rilevante dei profili professionali esistenti.

La crescita dei redditi delle persone anziane risulta più elevata della media e una parte significativa di questi risparmi è stata trasferita alle giovani generazioni per garantire stili di vita al di sopra dei salari percepiti. Ma la sostenibilità delle rendite pensionistiche dei lavoratori anziani a fronte del prevedibile aumento delle persone non autosufficienti e della contrazione dei livelli di solidarietà familiare, è destinata ad assorbire una quota crescente del risparmio accumulato.

L’assenza di una visione condivisa sulle implicazioni dell’aumento delle aspettative di vita e dell’invecchiamento della popolazione in condizioni di buona salute rischia di compromettere i risultati positivi e di orientare l’uso inefficiente delle risorse disponibili (risparmio, investimenti, tecnologie e risorse umane). Il cambio di passo può essere favorito da tre innovazioni che hanno implicazioni politiche per la nostra comunità nazionale.

Le criticità della terza e quarta età, sul versante del mercato del lavoro e del welfare continuano ad essere affrontate con l’estensione di provvedimenti assistenziali di sostegni ai redditi che mobilitano una massa ingente di risorse pubbliche con risultati inversamente proporzionali alle attese (vedi l’ampliamento della spesa sanitaria a carico delle famiglie e l’aumento del numero delle persone povere). Ma l’invecchiamento attivo in condizioni di buona salute,e la condizione di assicurare una vita dignitosa per le persone con malattie croniche o non autosufficienti richiedono misure differenziate per caratteristiche individuali e familiari, delle tipologie delle prestazioni e servizi e dei soggetti erogatori.

La sostenibilità della permanenza dei lavoratori anziani nel mercato del lavoro richiede il concorso di riforme dell’età pensionabile (compatibilità tra quote di salario e di rendite pensionistiche, prevenzione sanitaria) e di interventi della contrattazione collettiva. Offrire risposte alla crescita del numero delle persone non autosufficienti con pensioni inadeguate, senza sostegni familiari e servizi sociali adeguati è diventata la priorità assoluta delle riforme del welfare.

Le nuove tecnologie digitali offrono opportunità straordinarie per migliorare la qualità delle prestazioni, condividere dati e informazioni, ridurre i costi delle diagnosi, valorizzare i servizi territoriali e domiciliari, aumentare l’attrattività e le remunerazioni delle professioni nei comparti della sanità e del lavoro di cura. Ma per mobilitare i programmi, i progetti e le risorse è necessaria una visione condivisa delle priorità e l’attivazione di modelli di governance in grado di coinvolgere tutti gli attori che devono concorrere attivamente al raggiungimento degli obiettivi.

Natale Forlani

Pubblicato su www.ilsussidiario.net

Exit mobile version