Nel giro di pochi mesi sono state stravolte tutte le previsioni di una transizione economica post pandemia caratterizzata da una crescita stabile, rafforzata da un solido nucleo di investimenti pubblici e privati rivolti ad accelerare la digitalizzazione e l’eco sostenibilità degli asset produttivi.

La sottovalutazione del fuoco che covava sotto le ceneri, in particolare il potenziale di conflittualità tra le nazioni seminato nel corso degli anni della globalizzazione, è stata impressionante. Difficile fare previsioni nell’immediato futuro. Ma è del tutto evidente che quanto sta avvenendo renderà la transizione economica  molto più onerosa. Soprattutto per l’avvento della variabile dei rischi geo politici che comportano prezzi più elevati di approvvigionamento per materie prime e merci, la necessità di aumentare intensità degli investimenti e della crescita della produttività per salvaguardare i livelli di reddito e la sostenibilità della spesa sociale, una riduzione drastica dei margini di errore e di spreco delle risorse.

Una nuova età dell’incertezza che deve essere affrontata con livelli di coesione più elevati all’interno delle singole Comunità nazionali. Che partono dal presupposto che esistano classi dirigenti capaci di leggere in modo condiviso le potenzialità e le criticità interne alle singole comunità, di individuare le priorità di intervento e le alleanze necessarie per conseguire gli obiettivi. Detto in altri termini: capaci di  declinare correttamente l’interesse nazionale e di mobilitare le risorse per ottenere i risultati auspicati.

Per restare in Italia, la crisi degli approvvigionamenti energetici mette da sola in evidenza le conseguenze delle mancate scelte che  purtroppo si riflettono nell’immediato  sulla quota del sistema produttivo che ha fatto da traino della ripresa post covid. In parallelo assume una rilevanza decisiva la capacità di elevare l’intensità degli investimenti, nella tripla versione delle infrastrutture pubbliche, della canalizzazione del risparmio privato e dell’attrazione di quelli internazionali.

La rigenerazione della popolazione attiva, in termini di quantità degli occupati e di qualità delle risorse umane, rappresenta l’altro pilastro indispensabile per restare nell’alveo dei paesi benestanti. Dato che dovremo farlo nella condizione di dover rimediare la perdita di oltre 2 milioni di persone in età di lavoro nel decennio in corso.

Se dobbiamo valutare il grado di consapevolezza della nostra classe dirigente rispetto a queste priorità, il riscontro è drammatico. La scelta di liquidare il governo Draghi, e l’esperienza di solidarietà nazionale, in un momento drammatico, rasenta la follia. Ampiamente dimostrata dagli appelli delle stesse forze politiche che hanno contribuito a sfiduciare l’Esecutivo, di promuovere interventi urgenti per contrastare l’aumento dei costi energetici, se necessario con l’amento del deficit pubblico. Trascurando peraltro le implicazioni politiche e finanziarie internazionali di queste scelte difficili da reggere da parte di un Governo privo dell’autorevolezza necessaria.

Letta in altro modo questa richiesta condivisa dall’arco parlamentare, opposizione compresa, rappresenta l’ammissione anticipata della sostanziale incapacità delle presunte coalizioni di poter governare le conseguenze del danno da loro stesse provocato. Condizione che emerge con evidenza da una rapida lettura dei programmi elettorali che contengono proposte che, rapportate alla drammaticità della situazione economica, potrebbero essere assimilati ad un palinsesto di Scherzi a Parte.

Mettiamo in fila le proposte che vanno per la maggiore senza una particolare distinzione tra le diverse coalizioni, data la comune propensione nel promettere nuova spesa pubblica senza individuare le relative coperture: la flat tax in tre diverse versioni, l’abbattimento del cuneo fiscale per dare una mensilità aggiuntiva ai lavoratori dipendenti, il salario minimo stabilito per legge, i pensionamenti anticipati e i mille euro mensili a tutti pensionati che non hanno pagato contributi sufficienti, le pensioni di garanzia per i giovani con l’erogazione di 10mila euro pro capite quando compiono i 18 anni, la riduzione dell’orario a parità di salario, le dentiere gratis, i viaggi a Roma a carico dallo Stato con l’aggiunta di nuovi diritti vari ed eventuali.

Auspicando che nel frattempo i segnali di rallentamento dell’economia non si trasformino in una recessione con i relativi costi indotti per i sostegni al reddito e per i mancati introiti fiscali.

Così va il mondo, verrebbe da dire, ma purtroppo sarà proprio il mondo a mandarci a quel paese. Cioè a leccarci le ferite prendendo atto che non siamo l’ombelico di questo mondo, ma semplicemente lo 0,7% della popolazione mondiale.

Natale Forlani