Riportare gli italiani alle urne, avviare un percorso di recupero di un diritto di cittadinanza espropriato, suturare le ferite di una coscienza civile smarrita, restituire l’Italia alla piena sovranità ed al libero giudizio degli elettori: dovrebbe essere questo – ed almeno per noi, come INSIEME, di questo si tratta – il primo compito di cui ciascuna forza politica dovrebbe farsi carico, fin d’ora, in vista del rinnovo di un Parlamento ridotto nel numero dei suoi membri e della sua facoltà di rappresentanza.

Dopo la pandemia, nel bel mezzo della svolta epocale che attraversiamo, a fronte di un astensionismo che ormai è talmente ampio, generalizzato ed uniforme da configurare una vera e propria patologia del nostro ordinamento.
La ripresa, a maggior ragione la “resilienza”, hanno bisogno di un presidio di valori umani, morali e civili, Senza i quali le strategie più accurate e gli investimenti più appropriati poco possono.

Lo diciamo con franchezza, nella misura in cui ci attribuiamo, piuttosto che un ruolo di potere, un compito di verità.
Senonché le forze politiche attualmente in campo sembrano incapaci – o, forse meglio, non vogliono – assecondare questo processo di riscoperta, dopo tante parole di odio, di rabbia e di rancore, di un orizzonte condiviso, di un sentimento di reciproca appartenenza che sia il presupposto per una strategia di “bene comune”, cioè di uno sviluppo tale per cui il bene di ognuno non avviene per sottrazione dal bene altrui.

Sembra voler prevalere ancora la logica di un “arroccamento bipolare” che ha già dato pessima prova di sé. Al contrario, piuttosto che ingrottarsi ciascun partito in una sorta di matrioska dove la posizione politica di ognuno, anziché porsi con chiarezza al giudizio degli elettori, sfuma e trascolora in quella, talvolta neppure similare, dei propri compagni di cordata, sarebbe opportuno tornare, se mai, ad una logica di “coalizione” e riscoprire il valore alto di una mediazione da esibire alla luce del sole, in un confronto politico che sia palese e comprensibile.
Questo dovrebbe passare dalla disponibilità di ciascun partito a misurarsi apertamente con il proprio elettorato potenziale e con il Paese, secondo la propria singolarità, dichiarando chiaramente, sia pure restando all’essenziale, quali siano le istanze fondative del proprio progetto, la “cifra” caratteristica della visione che lo ispira, il programma in cui quest’ultima prende forma.

Per parte nostra, i punti nodali che vogliamo intestarci e da cui prendiamo le mosse sono chiari. L’ Europa e la collocazione internazionale del nostro Paese. Senza Italia, senza il portato storico-culturale del nostro Paese, l’Europa avrebbe ragion d’essere? Dobbiamo essere consapevoli del ruolo che ci compete e del compito di rivendicare il cuore mediterraneo dell’Europa e la sua necessaria proiezione verso l’Africa nell’ottica di una sorta di aggregato euro-africano, fondato su una cooperazione strutturata in cui rientri anche il governo del fenomeno migratorio.
E’ necessario affrontare apertamente la riforma dei trattati ed avanzare finalmente senza tentennamenti verso un’Europa federale.

Che sia protagonista attiva e più autorevole di un rinnovato “atlantismo” che non si esaurisca sul piano militare e della sicurezza, ma assuma il compito di attestare, quasi in splendida solitudine, il valore della democrazia anche nel contesto globalizzato, percorso, se vogliamo usare un eufemismo , dalle cosiddette “autocrazie”. Pensiamo sia necessario rilanciare un principio di responsabilità ed un criterio di coesione che attraversi da un capo all’altro l’impianto strutturale dello Stato e delle autonomie.

Il rapporto tra lo Stato centrale e le Regioni, il ripensamento di un regionalismo virtuoso, il ruolo delle grandi città e delle relative aree metropolitane, la generalità dei Comuni, la effettiva valorizzazione della loro autonomia, anche impositiva, la sussidiarietà verticale: si tratta di temi da riscoprire e riportare alla freschezza originaria della concezione sturziana. Fondata sul primato della persona e delle sue prime, essenziali reti di relazione che ne ampliano la prospettiva prima alla famiglia e poi, per tappe successive, alle spontanee aggregazioni sociali ed alla loro codificazione istituzionale.

La dimensione “locale”, in ogni ambito, acquisisce un valore del tutto nuovo in un contesto “globale”, nella misura in cui i due versanti per un verso si oppongono l’un l’altro, per altro verso si integrano. E’ il tema del cosiddetto “glocal” ricco di implicazioni da approfondire. *Consideriamo irrinunciabile e centrale – anche qui assumendo la “persona” a misura e fondamento – il tema della scuola e del compito, anzitutto “educativo” che, allo stesso modo, le appartiene in ogni ordine e grado degli studi. Si tratta, a maggior riprova del primato che gli riconosciamo, di un argomento su cui insistiamo fin dal Manifesto del novembre 2019.

Questo versante introduce ad un altro tema, da tutti largamente trascurato ed, al contrario, di primario valore per noi. Vogliamo intestarci una forte iniziativa politica sul fronte delle età minori della vita. Infanzia ed adolescenza, la fascia dell’età evolutiva, rappresentano quell’ampia finestra che si apre sull’intero panorama della vita e sostanzialmente fin da subito ne decide i presupposti.

Viviamo in una società che, al riparo dell’ipocrisia del “politicamente corretto”, di fatto trascura questo versante ed ignora l’alto livello di interdisciplinarietà richiesto dalle politiche relative a tale settore. Noi proponiamo che l’età dello sviluppo venga assunta emblematicamente come asse centrale delle politiche di welfare.

Nella società della conoscenza e della comunicazione, la lotta senza quartiere alla povertà educativa minorile, all’ abbandono scolastico, alla deprivazione culturale, allo smarrimento della naturale creatività delle più giovani generazioni rappresentano un categorico imperativo morale cui non possiamo sottrarci. Siamo altrettanto convinti dell’ urgenza che, dopo decenni segnati da una cultura dei cosiddetti “diritti civili”, declinati in chiave rigorosamente individualistica, sia giunto il momento di avviare finalmente una organica “stagione dei diritti sociali”, incardinati su quei valori di relazione e di reciprocità che trovano nella famiglia la loro espressione basilare e più compiuta: casa, lavoro, l’educazione dei figli e la salute, la cultura, la cura degli anziani, la vivibilità della città e dell’ambiente. E il lavoro, la garanzia e la stabilità del lavoro, la compatibilità con strategie sostenibili di sviluppo produttivo rappresenta un’altra frontiera che caratterizza il nostro impegno.

Infine, ma non da ultimo, il nostro impegno politico intende affrontare, pienamente e convintamente nel solco della Dottrina Sociale della Chiesa, in modo organico la tematica, ogni giorno più coinvolgente, delle questioni cosiddette “eticamente sensibili”. Pensiamo che, nel tempo straordinario che ci è dato vivere, la politica, in ogni sua espressione, abbia bisogno di quella che osiamo chiamare una sua “rifondazione antropologica”. Debba, in sostanza, avere la pazienza ed il coraggio di guardare al di là di sé stessa, accettando di rimettere in discussione le sue più consolidate categorie interpretative alla luce di un confronto schietto, diretto, sincero con quelle ragioni ultime della vita che la scienza ci consente sì di aggredire in modo fino ad ieri impensabile, ma di cui, soprattutto, ci sa dire e documentare l’equilibrio e l’incomparabile bellezza. Ci piacerebbe saper invitare, perché ci aiutino a riflettere insieme attorno alla stupefacente ricchezza della vita, anche coloro che provengono da altre culture ed hanno, come noi del resto, bisogno di abbandonare vecchi stereotipi e posture ideologiche di altri tempi.

Domenico Galbiati