La prima cosa da chiarire è semplice: non c’è nessuna novità. Il nuovo commento di Donald Trump su Giorgia Meloni non è un fulmine a ciel sereno, non è un cambio di linea, non è un improvviso raffreddamento. È la conferma di un dato strutturale: per Trump e i suoi, i leader europei sono tutti uguali, tutti irrilevanti, sono tutti sullo stesso piano, e nessuno ha “relazioni speciali” o gode di un trattamento di favore. La dichiarazione di Trump sul fatto di non volere più Giorgia Meloni tra i suoi “fan” la dice lunga sulle diverse prospettive che i due affidavano al loro rapporto. E sicuramente emerge che la nostra Presidente del Consiglio ciò non lo aveva ben percepito quando insisteva a dirsi l’unica in grado di mediare tra l’Europa e Trump.

La politica, come certe vacanze in barca, rompe più amicizie di quante ne crei. E chi tenta di ridurla a rapporti personali scopre presto che la realtà delle cose, soprattutto quando ci sono di mezzo relazioni tra stati, non segue le logiche dell’amicizia.

Negli ultimi mesi l’inquilino della Casa Bianca ha attaccato, con toni variabili, Macron, Sánchez, Starmer, Merz. Il G7 di Evian ha offerto un’immagine plastica del suo atteggiamento: un volto teso, diffidente verso tutti, Meloni compresa. Nessuna eccezione, nessuna “special relationship”. E, sia notato en passant, che nessuno degli altre leader europei si è inalberato più di tanto dopo aver ricevuto gli strali del Presidente americano.

Meloni non è più funzionale alla strategia americana

Il punto centrale è che Trump non considera neppure Giorgia Meloni un’alleata strategica. La considera, semplicemente, un’europea. E in questa fase, per Washington, l’Europa è più un problema che una risorsa. Gli Stati Uniti cercano da tempo un grimaldello per indebolire l’Unione Europea. Con Viktor Orbán quel ruolo sembrava possibile: l’Ungheria era diventata una sorta di “avamposto europeo” del trumpismo. Oggi, però, quel modello ha bisogno di  trovare qualche altra via di sviluppo e, soprattutto, gente pienamente fedele.

Meloni, dal canto suo, non può offrire ciò che Trump vorrebbe perché l’Italia si è ritrovata largamente contraria alla linea da lui seguita in Medio Oriente. Non ha potuto sostenere l’ipotesi di un coinvolgimento nella crisi iraniana: la Costituzione italiana impedisce, infatti, l’uso delle basi USA per operazioni di guerra offensive e, per di più, se non autorizzate dalle Nazioni Unite, Inoltre, l’opinione pubblica italiana resta più europeista che filoamericana, così come non tollera più le guerre di Netanyahu.

In sintesi: Giorgia Meloni non è più utile alla strategia americana, e Trump lo segnala senza troppi giri di parole.

Il precedente Bannon: il trumpismo aveva già “scaricato” la Meloni

In effetti, il gelo non nasce oggi. Già mesi fa, già prima della difesa fatta di Papa Prevost – che ha provocato il primo anatema trumpiano contro Giorgia Meloni – Steve Bannon, figura centrale dell’universo MAGA (i Make America Great Again), l’aveva attaccata per due settimane consecutive, accusandola di tradimento. Le ragioni erano chiare: Meloni continuava a sostenere Zelensky insieme agli altri europei; era vincolata ai dossier comunitari, spesso in contrasto con gli interessi americani e, quindi, si barcamenava tra Bruxelles e Washington, e questo non è stato affatto gradito. Il trumpismo, insomma, da un pezzo aveva già classificato Meloni come inaffidabile.

Dentro questo quadro: il caso Vannacci

È in questo contesto che si potrebbe giungere a chiederci se il fenomeno Roberto Vannacci sia davvero nato per caso solo in Italia. Il generale, infatti, propone una linea coerente con il trumpismo, soprattutto quello impegnato alla ricerca dell’accordo a tutti i costi con Putin. E’ sostenuto da segmenti mediatici che guardano con favore a un nuovo polo sovranista, più pienamente in sintonia con il Trump della seconda presidenza, senza alcuna mediazione ed ammorbidimento governativo. Può questo spiegare da dove venga la prorompente raccolta di parlamentari in corso? Gratuita e sulla base del “volontariato”? Si è mai visto un autore che viene dal nulla e che improvvisamente vende migliaia e migliaia di copie di un libro insulso e banale su Amazon com’è stato per “Il mondo al contrario”? Ed anche i finanziamenti che adesso gli stanno arrivando, sembra, da imprese edili e immobiliari, ma anche da una compagnia petrolifera, da un imprenditore del settore dei trasporti, da un produttore di vini, da un orologiaio “influencer” e da un’impresa di commercio di carciofi? Sarebbe interessante vedere quali siano i collegamenti dei finanziatori in Italia e fuori.

Possiamo, dunque, riflettere sul fatto che Vannacci potrebbe non essere un fenomeno spontaneo. Bensì parte di una dinamica più ampia che punta alla costruzione di un fronte europeo auspicato, per convergenti interessi, da Mosca e da una parte del mondo politico di Washington. Un investimento, congiunto?, in cui l’Italia potrebbe diventare un terreno di sperimentazione, mentre sono è in atto l’organizzazione di altri sommovimenti tellurici in Germania e in Francia.

Il vero snodo: Meloni oggi non ha più una “casa politica” internazionale

Il punto più delicato della vicenda non è l’ennesima uscita di Trump. Il punto è che Giorgia Meloni oggi non ha più un “luogo”, “una casa politica” in cui collocarsi sulla scena internazionale.

Scaricata da Trump, costretta a raffreddare i rapporti con Netanyahu — due pilastri dell’alleanza mondiale della destra più estrema  — la Premier italiana si ritrova senza un riferimento stabile e certo. Quello che le ha a lungo consentito di gridare trionfante la ritrovata “centralità” italiana nello scenario mondiale. E c’è chi l’aveva presa sul serio! Allo stesso tempo, non è neppure pienamente parte del nuovo asse europeo che sta decidendo i dossier cruciali: la oramai famosa, ed operativa, E3, fatta da Francia, Germania e, da qualche mese, anche dal Regno Unito.

Giorgia Meloni si ritrova in una posizione scomoda: improvvisamente, troppo distante dai sovranisti globali, ma ancora troppo incerta per essere accolta nel nucleo decisionale europeo. Tutto ciò fa bene all’Italia?

I suoi presunti punti di forza si sono trasformati in vulnerabilità

Quella che fino a ieri veniva raccontata come una risorsa — l’amicizia personale con Trump — oggi appare come un boomerang. La narrazione della “relazione speciale”, culminata nella foto di Evian – quella che secondo Trump gli sarebbe stata implorato di fare – presentata dai suoi come il sigillo di un rapporto ritrovato, si è rivelata fragile. E soprattutto non spendibile. A maggior ragione dopo il ripetersi delle forte tirate d’orecchie cui è stata sottoposta dallo Studio Ovale della Casa Bianca.

Giorgia Meloni si ritrova scoperta su tutti i fronti: non può più parlare di una “relazione speciale” e stabile con un alleato strategico sul piano istituzionale; non ha più un aggancio nel trumpismo internazionale sul piano ideologico politico; non ha più un rapporto privilegiato con Israele; non è parte del triangolo europeo che guida l’Unione.

Per una leader che aveva costruito parte della propria immagine sulla capacità di “parlare con tutti”, perché forte di una relazione speciale, è un indebolimento evidente.

Le conseguenze interne: un isolamento che pesa anche in Italia

Checché ne dicano i suoi – che dopo il primo stordimento avevano provato a minimizzare gli attacchi di Trump – la situazione è tutt’altro che irrilevante. Una premier che perde peso internazionale perde anche peso interno. E in un Paese come l’Italia, dove i successi in politica estera sono inseguiti per ottenere un moltiplicatore di legittimazione, questo isolamento rischia di avere effetti concreti: sulla percezione della leadership di Giorgia Meloni; sulla capacità di influenzare i dossier europei; sulla solidità della sua maggioranza; sulla competizione con nuove figure della destra radicale, come Vannacci.

La premier che sembrava avere “tutti i numeri” per diventare un punto di riferimento internazionale della destra si ritrova oggi senza un un tetto sotto cui ripararsi, né a Washington né a Gerusalemme, e neppure pienamente a Bruxelles. Ed è un vuoto che, nel tempo, potrebbe pesare.

Giancarlo Infante

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