Anche il recente episodio dell’ attentato a Trump ed ai suoi dignitari, mostra come il comportamento violento sia fortemente mimetico e contagioso. E’ cieco e si autoalimenta. Ed è così che la violenza cresce su di sé a dismisura e dilaga. Si tiene da cima a fondo, senza soluzione di continuità, ininterrotta, secondo una successione di gesti, atti, sentimenti che non consentono di stabilire un prima ed un poi, di individuare se, come e dove vi sia una causa che dà luogo ad effetti che, a loro volta, si declinano in cause.

E’ multiforme. Spesso rumorosa ed eclatante. Ma altrettanto può essere sottile e nascondersi o camuffarsi nelle pieghe di atteggiamenti formalmente corretti. Talvolta, perfino all’insaputa di chi la ospita negli angoli più riposti della propria coscienza, cosicché, perfino senza avvedersene, ad essa di alimenta.

Della violenza si è, ad un tempo, attori e vittime. Come fossimo attraversati da una corrente d’odio, indecifrabile, impalpabile, che sta dappertutto ed in nessun luogo, eppure penetrante e pervasiva. Chi subisce violenza, soprattutto nelle condizioni estreme e più penetranti dell’abuso, facilmente è indotto, a sua volta, a recare violenza. In una sorta di altalena o di pendolo che vorrebbe allontanarla da sé, trasmettendola altrove. Fa da tramite l’umiliazione, più
micidiale del pugnale. Quando è profonda, consuma fino ad esaurirlo del tutto quell’ ultimo margine di considerazione di sé, senza del quale non possiamo vivere. E’ come se dalle regioni dell’ essere, venissimo sospinti verso l’ abisso oscuro del nulla. Succede come se, di rimbalzo, si dovesse, per tornare a vivere, esercitare a propria volta, violenza, trasmettendo ad altri il testimone di una staffetta cui nessuno può mettere termine. Nessuno, salvo Nostro Signore.

Come ci spiega Renè Girard: solo il cristianesimo rovescia, d’un tratto, la spirale infernale del “capro espiatorio”, sacrificato e, ad un tempo, deificato. Cristo introduce nelle cose del mondo una logica impensata ed impensabile: si offre come vittima coscientemente, volontariamente. Cioè, assume su di sé – così sostiene Girard – il dolore e la devastazione dell’ intera violenza del mondo e solo cosi’ che ne può spezzare le catene. Che voglia dire qualcosa che può essere tradotto anche sul piano della politica e delle relazioni tra i popoli?

Domenico Galbiati

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