E’ successo a New York, ovviamente in tutt’altro contesto, ma anche noi avremmo bisogno del coraggio di chi osi proporre agli italiani una speranza. E di un’alternativa. Che li liberi dal cappio al collo della scelta obbligata tra una destra che conosciamo purtroppo bene ed una sinistra di cui non conosciamo se non il brontolio insistente ed il ribollire continuo alla ricerca di un’ idea comune di cui non c’è traccia.
Agli italiani andrebbe offerta un’ altra opzione che li tocchi da vicino, li coinvolga, li faccia sentire chiamati ad assumere, ciascuno in proprio, una responsabilità personale nei confronti del destino della comunità cui si appartiene. Senza concedere nulla alla giostra impazzita del sistema bipolare. Senza lasciarsi paralizzare da sofisticate analisi in ordine al consenso atteso. Senza soggiacere ancora una volta al ricatto del cosiddetto “voto utile”, comodo alibi, destinato ad alimentare l’ inerzia del sistema e l’ impotenza della sinistra.
Non si sottrae il Paese all’egemonia della destra con il “pallottoliere” del campo largo. Cioè, aggiungendo un addendo all’ altro fino ad arrivare ad una somma che sia aritmeticamente sufficiente a vincere. La questione è politica, non altro. Si vince o si perde sul piano politico, cioè in ragione dell’ effettiva capacità di dar seguito all’ eventuale successo elettorale, mostrandosi effettivamente in grado di governare. Altrimenti, si perde vincendo. E se si ricorre ad una sorta di “cosmesi” per nascondere le rughe di reali dissonanze – ad esempio, in ordine a temi sostanziali come la politica estera oppure l’ indirizzo concettuale delle politiche sociali – si imbrogliano le carte e si imbrogliano gli italiani.
Si vince e vince il Paese e si governa se si crea un nuovo rapporto di fiducia e di credibilità reciproca tra cittadini ed istituzioni che reggono l’ ordinamento democratico. Senonché c’è una evidente asimmetria tra una destra che va costruendo un blocco d’ ordine identitario e d’ impronta autoritaria, diffidente, se non ostile ad un Europa che, a suo avviso, dev’essere, tutt’ al più, un blando coordinamento tra nazioni, obbligate dalla comune appartenenza geografica ed una sinistra costretta ad inseguire le tarde reminiscenze dell’ Ulivo, enfatizzando una stagione – ed i suoi protagonisti – di cui andrebbero visti con maggiore lucidità i limiti e, del resto, le difformi interpretazioni.
Né si vince – ultima spiaggia – ricorrendo al cosiddetto “federatore”, mitica figura, una sorta di arma segreta, capace da sola di sparigliare i giochi, ma, in effetti, pallida rievocazione della cultura altrui, alla ricerca, cioè, anche da questa parte, dell’uomo solo al comando. Ricorrente e perdente illusione di chi, dall’una e dall’ altra parte, ritiene che si possa domare la complessità con il machete della semplificazione invece che con la fatica del pensiero.
Insomma, non basta un bellimbusto che gli dia una parvenza accattivante sul piano della comunicazione, ci vuole la sostanza di un progetto. Che sappia leggere ed interpretare il momento che ci è dato vivere, alla luce dei valori della Costituzione e, per quanto ci riguarda, delle consonanze tra quest’ultima e l’insegnamento della Dottrina Sociale della Chiesa, in modo particolare alla luce delle grandi encicliche sociali che ne hanno segnato il cammino dalla “Rerum Novarum” ai giorni nostri. E, peraltro, non è neppure un’ impresa proibitiva, di tale progetto delineare , se non altro, i capisaldi programmatici destinati a reggere la sua più articolata architettura.
Da dove cominciare ? Da un’aggregazione, sia pure embrionale, tra soggetti che liberamente convengono su una posizione comune e, per quanto minuscoli, traggano da questo, a maggior ragione, la necessaria libertà di pensiero e, qualche volta, anche la facoltà di dire , nel pieno rispetto di tutte le posizioni, qualcosa di sgradevole.
Domenico Galbiati