Le bombe che, da quattro anni a questa parte e tuttora, quotidianamente uccidono civili ucraini nulla hanno a che vedere con la postura da statista che Putin pare abbia cercare di darsi, nei giorni scorsi, ricevendo i nuovi ambasciatori – tra cui il nostro – accreditati al Cremlino.

Ha puntualmente ripetuto le parole scontate ed abusate della sua propaganda, ma, nel contempo, ha invocato una nuova architettura globale delle relazioni internazionali. Contando sulla sintonia con Trump alla cui coerenza non si lesinano complimenti. Come se volesse aprire, in qualche modo, un dialogo o almeno accennarvi per vedere l’ effetto che fa. Senonché, la mentalità criminale di Putin è in netta antitesi con la capacità di coltivare una visione strategica orientata ad armonizzare le relazioni internazionali.

All’ accondiscendenza nei confronti dei Paesi africani ed asiatici che già intrattengono ottime relazioni con Mosca, Putin ha accompagnato la constatazione delle tensioni crescenti che hanno creato un solco tra Russia e Paesi europei.
Aggiungendo la sua disponibilità ad un dialogo diretto a ristabilire buoni rapporti. Ovviamente alle sue condizioni e, dunque, secondo la logica delle “aree di influenza” destinate a spartizione del mondo in tre, come negli auspici del suo compagno di merenda di Washington. Senza considerare come, al di là di ogni intenzione delle tre potenze planetarie, il mondo sia irrevocabilmente orientato verso una nuova dimensione multipolare. Che ancora non si afferma compiutamente, ma è pur nell’ ordine naturale delle cose.

Putin pensa di aver vinto la guerra o, al contrario, pensa di non poterlo fare e si appresta a vincere la pace? Non è dal pulpito di Putin che può giungere un messaggio di distensione o di pace. Eppure, la mossa del padrone del Cremlino è, a suo modo, suadente e non mancherà di alimentare le fole dei numerosi “putiniani” d’ Italia. Dovrebbe esse, se mai, l’Europa – se pur ne fosse capace o meglio avesse le risorse e le dotazioni necessarie perché sia credibile – ad immaginare una proposta di riequilibrio complessivo delle relazioni internazionali. Impresa che, per certi aspetti, costringerebbe tutti a mettere le carte in tavola e consentirebbe di porre a confronto almeno due differenti visioni del mondo.

L’Europa è sola, eppure potrebbe tramutare in forza la sua debolezza se fosse effettivamente unita e, dotata di una politica estera comune, favorisse l’ affermarsi di un disegno multilaterale, a dispetto di chi vorrebbe fare il mondo a spicchi. E’ impensabile, a distanza di mezzo secolo, una nuova Helsinki? E’ possibile rivisitare i principi allora sottoscritti da decine di Paesi – dagli USA e dall’URSS – cominciando dalla rinuncia all’ uso della forza e dalla inviolabilità dei confini ? E’ da sognatori solo sperarlo in un mondo di predatori che sembrano combattere ognuno per la propria sopravvivenza a scapito degli altri?

La Terra è diventata troppo piccola per le ambizioni smodate non solo delle super-potenze, ma forse soprattutto dei poteri anonimi e trasversali ad ogni confine, destinati per sopravvivere a non rispettare nessun limite, i quali tessono trame che la “politica” come tale, in quanto luogo e spazio del discorso pubblico, non è più in grado di intercettare?
E’ in grado l’Europa di declinare politicamente il patrimonio spirituale, morale e culturale di cui la storia l’ha arricchita e del quale oggi le chiede conto? Cosa le manca per aggredire l’ultimo tornante di una salita lunga e tortuosa che le consenta di approdare alla sua meta?

Le manca un esercito e le manca una politica estera condivisa e sostenuta da tutti i Paesi o almeno da un primo nucleo forte di Stati membri che siano davvero solidali e si guardino l’un l’altro negli occhi, senza che nessuno ammicchi altrove, come, purtroppo, ancora succede. Le manca una strategia di “debito comune” che non sia episodica o a singhiozzo, bensì strutturata e costante. Ma queste istanze sono canne d’ organo separate e distinte o devono risuonare assieme? Bastano i “Trattati” pattuiti tra Stati perché l’Europa abbia piena consapevolezza di sé?
Politica estera ed esercito, debito comune e poi fisco, politiche attive del lavoro e diritti sociali, modelli di sviluppo, politiche industriali e ricerca.

E’ possibile concertare politiche di settore e differenti livelli di integrazione, senza fare riferimento ad una Legge Fondamentale che detti il quadro dei principi e dei valori che l’Europa riconosce ed assume come propria ragion d’essere? Non è forse necessaria una Costituzione, in cui i diversi Paesi trovino un riverbero della loro identità e della loro storia per riconoscervi e condividere ciò che davvero li accomuna? E se non ora – alle soglie di un tempo nuovo, sul limitare di una civiltà che cede il passo ad un’altra – quando è il momento di convocare tutti i popoli d’Europa attorno alla loro Costituzione?

Domenico Galbiati

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