Quando nacque la Repubblica, i Padri costituenti scelsero di inserire il regionalismo come cardine del nuovo ordinamento. L’Italia usciva dal fascismo e da un centralismo soffocante; il modello delle Regioni, pur allora rimasto sulla carta fino agli anni ’70, fu pensato come strumento di partecipazione democratica e di avvicinamento dei cittadini alle istituzioni. Le autonomie locali avrebbero dovuto bilanciare il potere dello Stato, valorizzare le diversità territoriali e garantire una gestione più efficiente di settori fondamentali come sanità, scuola, trasporti. Una scelta che si ispirava alla necessità di far crescere il senso di unità nazionale nella pluralità delle identità locali, evitando sia l’accentramento romano sia il rischio di disgregazione. Ma a distanza di oltre settant’anni, il bilancio appare amaro. Quella che era nata come una grande intuizione democratica si è trasformata, in molti casi, in un meccanismo che amplifica divisioni, sprechi e inefficienze.
Craxi e la profezia mancata delle riforme istituzionali
Negli anni Ottanta Bettino Craxi comprese che l’Italia, per reggere il passo con l’Europa, aveva bisogno di una riforma profonda dello Stato. Parlava di un sistema istituzionale più forte, capace di dare stabilità ai governi e di rispondere con coerenza alle sfide della modernità. Quella visione, allora bollata da molti come velleitaria, oggi appare quasi profetica. Mentre in Europa prendevano corpo i processi di integrazione comunitaria, il nostro Paese restava impantanato in un sistema di poteri frammentati, dove il regionalismo non riusciva a diventare leva di crescita, ma piuttosto terreno di scontro politico e di gestione clientelare. Lo vediamo in maniera lampante nella sanità: settore che da solo assorbe quasi l’80% dei bilanci regionali, ma che spesso è governato più dalla fedeltà politica che da criteri di merito ed efficienza. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: disuguaglianze tra Nord e Sud, tempi di attesa biblici, mobilità sanitaria crescente e cittadini che, pur pagando le tasse, non ottengono servizi adeguati.
L’astensionismo come sintomo del fallimento
Inizialmente il fenomeno dell’astensionismo era concentrato soprattutto al Sud, dove più forte era la distanza tra cittadini e istituzioni. Oggi, però, il “partito del non voto” si è esteso anche al Centro e al Nord, diventando di fatto la prima forza politica del Paese. È il segno più evidente che i cittadini non si sentono più rappresentati da un sistema che non funziona, che promette riforme ma non le realizza, che alimenta spese senza dare risposte. Il fallimento del regionalismo si manifesta in tanti campi: dalla politica sociale ai trasporti, dall’urbanistica alle politiche giovanili. Al Sud, in particolare, si vive una condizione drammatica: spopolamento, inverno demografico, fuga dei giovani. Territori interi sembrano aver smesso di credere nel futuro.
La protesta non si esprime più nelle piazze, ma nelle urne vuote. Non c’è violenza, ma c’è un segnale altrettanto forte: la crescente sfiducia verso l’intero sistema politico e istituzionale. Ecco perché oggi la vera “madre di tutte le riforme” non può essere limitata alla separazione delle carriere o a singoli ritocchi di ingegneria costituzionale. Serve una riforma complessiva dello Stato, che ridia dignità alle istituzioni, che riporti al centro il principio costituzionale del servire la Repubblica con onore, che ricostruisca un legame di fiducia tra cittadini e politica.
Michele Rutigliano