Le prospettive per le banche americane non sono buone, stante la situazione economica. Per questo Trump ha fretta di togliere il lockdown.

E se qualcuno fosse così pazzo da andare a vedere il bluff della Fed? Viene da chiederselo, guardando all’America di queste ore e giorni che sta per scoprire di quanto sono cresciute le domande iniziali di sussidio di disoccupazione, dopo che in tre settimane si è raggiunta quota 16,8 milioni. Non a caso, Donald Trump sta bruciando le tappe e annuncia la presentazione di piani per la riapertura e la ripartenza del Paese, sancendo manu militari che “il peggio è passato”.

Con i 5.245 milioni di richieste iniziali di sussidio di disoccupazione presentate nella settimana che si conclude, in sole quattro settimane gli Usa hanno bruciato tutti i posti di lavoro creati dal 2010 in poi! Ventidue milioni di nuovi disoccupati in un mese, dato che alla luce dei 30.985 decessi per Covid-19 registrati ufficialmente negli Stati Uniti alla data di ieri, parla di 710 posti di lavoro spariti per ogni vittima da pandemia. Un massacro. Ma, a livello prospettico, anche la riprova di quanto vi dico da anni: i dati relativi all’occupazione sotto la presidenza di Barack Obama erano palesemente drogati e basati nella stragrande maggioranza da impieghi statali-federali e da occupazioni al minimo salariale, senza tutele e senza prospettive.

( …) Chi lavora con contratti seri e in aziende serie ha lo stipendio mediamente garantito per un paio di settimane anche se la fabbrica resta chiusa, persino negli Usa. Chi invece può contare su lavoretti buoni solo per sbarcare il
lunario e gonfiare le statistiche dell’amministrazione Obama, no. A casa dalla sera alla mattina e, conseguentemente, subito in coda per la richiesta di sussidio. Forse, a Covid-19 debellato, anche quella stagione dipinta come dorata, andrà riletta sotto un’altra lente.

Ma c’è un altro problema che turba e non poco i sonni dell’inquilino della Casa Bianca, non fosse altro perché ci troviamo a sette mesi dalle presidenziali. ( … )

Mercoledì, infatti, è uscito l’indice manifatturiero più seguito negli Stati Uniti, l’Empire Manufacturing Index. La peggior lettura in assoluto dai tempi della grande crisi finanziaria, con l’aggravante della rapidità del tracollo nel
corso del primo trimestre. Non a caso, il medesimo arco temporale ha visto le banche Usa con una mano prendere liquidità gratis dalla Fed con il badile e con l’altra ergere barricate contro le insolvenze.

La profondità del tonfo è ben superiore a quella della crisi subprime e, oltretutto, sconta il fatto di essere a livello
globale e non, quantomeno come contesto di epicentro, meramente statunitense come accadde ai tempi dei mutui allegri e delle cartolarizzazioni di massa. Ed ecco arrivare il vero guaio, la vera preoccupazione che sta spingendo la Casa Bianca a correre verso la fine del lockdown, costi quel che costi.

( …)  Le banche dovranno mettere da parte ancora fra i 75 e i 100 miliardi di dollari di riserve su prestiti potenzialmente a rischio per la crisi dell’economia reale. E questo cosa comporta, volendo scendere di livello e sporcarsi le mani e i pensieri? Denaro in meno da destinare all’unico contrafforte pre-Fed dei mercati azionari: i buybacks. Può Donald Trump permettersi una crisi bancaria in grande stile che si riverberi immediatamente e su larga scala dentro Wall Street a pochi mesi dalle presidenziali?

La risposta appare scontata. Ecco allora partire la campagna ottimistica con il piano di riaperture a tempo di record del Paese (e la messa in discussione, ancorché poi negata, dell’eccessiva cautela del professor Fauci), la laurea in virologia presa nottetempo e che garantisce al Presidente di poter dichiarare passata la fase più acuta del contagio e, particolare da non sottovalutare in un momento di paura simile e in un Paese “cinematografico” come l’America, la ridda di voci e rivelazioni che di colpo tolgono l’ipotesi di creazione in laboratorio del Covid-19 dal frigorifero del complottismo per tramutarla in notizia credibile rilanciata da fonte autorevole, come ad esempio il Washington
Post, non più tardi dell’altro giorno.

Distrazione di massa, il “nemico giallo” come ai tempi della guerra in Vietnam, questa volta declinato non nel ruolo di untore politico, attraverso la volontà di soggiogare il mondo al comunismo, bensì sanitario attraverso la pandemia. Tutto come al solito, tutto come da copione. E se per caso il piano non dovesse funzionare del tutto, se la riapertura promessa da Donald Trump non dovesse tutelare a sufficienza le banche del Paese dal rischio di insolvenze su prestiti e mutui, paventando una perdita per il settore di almeno 100 miliardi di dollari, cosa si farà? Ma c’è la Fed, ovviamente. La quale, oltre a stampare h24 e acquistare qualsiasi pezzo di carta le banche presenteranno come collaterale, fosse anche una collezione di figurine delle World Series di baseball del 1963, andrà anche oltre, modificando le regole di accountability o sospendendo i requisiti più onerosi. Ad esempio, la leverage ratio non solo sulle detenzioni di Treasuries, ma anche per altri assets scomodi. Magari, certi prestiti corporate.

Et voilà, ricetta alla cinese, tanto per stare in tema! Tutto per salvare Wall Street. Una sola cosa è certa: che sia nata in laboratorio o sia frutto di un utilizzo barbarico di animali a rischio per soddisfare una dieta altrettanto barbarica, questa pandemia si è rivelata un vero toccasana per il grande carrozzone della finanza globale. Come si dice in gergo
medico, lo schema Ponzi che regge il mondo è stato “preso per i capelli”. I costi collettivi? Danni collaterali, c’è ben altro in gioco che qualche milione fra contagiati e morti. Per spaventarsi dello status quo, non serve guardare Diavoli su Sky. Basta seguire il tg con occhio e orecchio critici. E fare una bella tara fra il peso lordo delle notizie che vi danno
e quello netto di quelle che omettono. That’s life, folks (E’ la vita cari lettori).

Tratto da un articolo di Mauro Bottarelli pubblicato su Businnes Insider

 

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