“Era Andreuccio da Perugia, cozzone di cavalli” il personaggio che si trova a gestire un malloppo di cinquecento fiorini e si avventura per farli fruttare. Tra mille peripezie ne perde molti ma la favola (Decamerone, giornata seconda) finisce bene. Con una morale però: l’improvvisazione e l’inesperienza nell’intraprendere qualsiasi attività si pagano, specialmente quando lasciano posto alla rabbia e al risentimento.

Leggendo questa splendida novella del Boccaccio non può non tornare alla mente l’ultima trovata di Giuseppe Conte.

Dopo avere guidato di punto in bianco un governo di centrodestra, poi uno di centrosinistra ed essersi reso disponibile al tentativo di guidarne un terzo, tutto di fila come nemmeno Moro e Andreotti, l’avvocato designato dai populisti dei Cinque Stelle oggi non esita a rompere la coalizione che aveva assicurato al Paese una guida autorevole, apprezzata in Italia e all’estero, capace di gestire situazioni estreme: dalla pandemia alla crisi energetica, dall’utilizzo condizionato dei fondi europei, alla guerra alle porte.

Il suo malloppo non era costituito da cinquecento fiorini, come quello di Andreuccio da Perugia, ma da ben 339 parlamentari: un gruppo che ne ha già  persi per strada ben 98, dei quali una trentina in soli due mesi tra chi se n’è andato (compresi ministri) e chi è stato cacciato. Tra gli ultimi ad andarsene c’è persino il mite Ernesto Carelli, giornalista di Sky, che ha dichiarato” di non poterne più di persone sbagliate e incompetenti in posti sbagliati”.

Roba forte, da repubblica delle banane o, come ha scritto Giuliano Ferrara “da scappati di casa”.

Ma ciò che dà la dimensione di quel che sta avvenendo, pure con le emergenze che non sono superate ma anzi, è la causa della crisi di governo innescata da Giuseppe Conte. Non è una legge, una riforma, un decreto legislativo, un provvedimento, un discorso, una dichiarazione ufficiale. No. La causa è tutta nel disastro del movimento o partito, o consorteria che dir si voglia, della quale Conte si trova a capo ancorché decimata, turbolenta, insicura e abbandonata dagli elettori come è avvenuto in occasione delle ultime elezioni amministrative.

” Le Monde”, l’autorevole quotidiano parigino, ha dedicato una pagina del proprio corrispondente Jerome Gautheret alla “ infinita creatività nella vita politica italiana, capace di generare situazioni inimmaginabili” e propone una chiave di lettura: nella politica italiana si annuncia un conflitto su un argomento anche banale, seguono minacce di rottura più o meno credibili, la polemica si sviluppa complici i giornaloni e poi esplode una crisi con due possibili esiti: le dimissioni del capo del governo oppure l’improvvisa sparizione dei motivi dello scontro.

In fondo questa è la sorte che ci tocca da quando sono stati spazzati via i partiti e con essi la cultura di governo o di opposizione che ha concorso a costruire il Paese per cinquant’anni. Poi è venuto” il nuovo”, sedici governi in meno di trent’anni mentre in altri Paesi nei conti quattro o cinque. E dopo il nuovo è venuta addirittura l’improvvisazione e l’inesperienza al potere.

Eccolo il capolavoro dell’avvocato di Volturara Appula, passato dal suo studio a Palazzo Chigi. Tutto ciò che ci eravamo guadagnati in Europa, comprese risorse irripetibili per ammontare e destinazioni concrete, ora è a rischio. Come è a rischio il Paese davanti a Putin, ai mercati, alla crisi energetica, all’inflazione, al Covid che ritorna, alle riforme che erano state finalmente avviate.

In un contesto da paura, con la Gran Bretagna dove il Governo è decapitato, la Francia dove il Presidente è ridimensionato, la Germania dove nella maggioranza rosso-verde si è ripreso a litigare, gli Stati Uniti con il Capo dell’impero un po’ tremebondo. Noi avevamo Draghi, ed ora rischiamo di tornare ai governi balneari.

Guido Puccio