Le guerre in Ucraina e in Medio Oriente stanno raccontando una verità che per anni si è spesso voluto ignorare: le superpotenze non vincono più. Già ne avevamo avuto sentore dopo il non proprio onorevole ritiro dall’Afghanistan. Gli europei ebbero facile gioco a dare la colpa a Joe Biden e a stracciarsi le vesta, ma non fecero molto per restare a difendere il popolo afghano dai Talebani con la loro versione della “esportazione della democrazia”.
Come spesso accade ai più forti, le grandi potenze non vincono più perché non capiscono e sottovalutano gli avversari e, così, non sono capaci di elaborare un piano per il “dopo”. A dispetto della vulgata corrente, non vincono più perché nel mondo multipolare, che resiste a dispetto di tutto, la forza bruta non basta. Il problema riguarda particolarmente le cosiddette “medie potenze”, come sta dimostrando il conflitto in Iran. Ma anche l’Ucraina ha confermato che la macchina militare più imponente può infilarsi in un pantano.
È un aspetto da considerare quando in Europa si affronta la questione della sicurezza che non può più essere delegata a qualcun altro. Questione che ha tanti aspetti e che pone, allora, il problema di quale sicurezza – e, quindi, di quale eventuale “riarmo” – si voglia perseguire.
Putin era convinto di entrare a Kiev in pochi giorni e di esservi accolto da liberatore. Invece, si è trovato davanti un Paese che non solo ha resistito, sì, grazie all’aiuto europeo – pari circa al 60% – e degli americani -per il restante 40 – ma anche perché ha innovato. Ha dimostrato che la volontà nazionale può ribaltare i calcoli di un gigante. Quattro anni dopo, la Russia non controlla neppure i territori che pretende di annettere, ha perso centinaia di migliaia di uomini e ha bruciato la propria reputazione militare. Frutto anche del fatto che sotto la gestione Putin tutta la Dottrina militare russa è stata affidata al nucleare e ai sistemi missilistici. Il suo esercito imponente si è rivelato non attrezzato per rispondere alla capacità di adattarsi mostrata dall’Ucraina. Come già accaduto in Afghanistan, invaso nel 1979 e lasciato alla vigilia della caduta dell’Impero sovietico, la Russia ha sperimentato il sapore amaro dell’insuccesso alla Vietnam.
La guerra tra Stati Uniti e Iran — con Israele come attore destabilizzante (CLICCA QUI) — racconta una storia simile. Trump pensava che un bombardamento chirurgico avrebbe piegato Teheran, che gli iraniani si sarebbero rivoltati contro il regime, che lo Stretto di Hormuz sarebbe rimasto aperto, che Israele avrebbe garantito la stabilità regionale. Tutte previsioni sbagliate. L’Iran ha risposto con missili, ha mobilitato le sue milizie, ha mostrato capacità militari superiori alle attese, ha mantenuto compatto il fronte interno ed ha risposto agli Stati Uniti costringendoli a riconoscere di essersi infilati in un conflitto che non possono né vincere né abbandonare.
Ed è qui che entra in gioco l’Europa. Perché queste due guerre, così diverse e così simili, stanno insegnando qualcosa che non vogliamo ascoltare: la difesa non va delegata. Ma non solo perseguendo la logica distruttiva propria di Trump e, in qualche modo, persino non coerente con l’iniziale visione della Nato. Anche perché gli Stati Uniti non sono più la potenza che si era ritrovata ad essere il fattore di regolazione mondiale dopo gli anni ’90.
Oggi il mondo è in una fase in cui le potenze medie — dall’Iran alla Turchia, dall’India all’Ucraina, e al Pakistan — hanno un peso che le superpotenze non riescono più a gestire.
L’Europa, invece, continua a vivere come se nulla fosse cambiato. Dipende dagli Stati Uniti per la difesa, dal Medio Oriente per l’energia, dalla Cina per i prodotti necessarie alla tecnologie avanzate. È un modello che non regge più. Le due guerre in corso mostrano che la sicurezza richiede una propria ed autonoma responsabilità politica. Anche perché gli europei hanno alle spalle una cultura lunga ’80 anni che non affida solo alle armi la soluzione dei problemi. La loro idea di sicurezza e di difesa è del tutto diversa da quella degli americani.
Al tempo stesso, l’Europa non può più permettersi di essere un teatro di guerra. E deve, dunque, diventare, assieme, un soggetto capace di auto difesa e di pace. E questa, forse, è la lezione più importante che le due guerre stanno cercando di insegnarci. Perché la difesa non è antitetica alla Pace. Il problema è la prospettiva che vogliamo dare alla ricerca della sicurezza. E la decisione recente europea di andare ad un “riarmo” lasciato alle decisioni dei singoli paesi rischia in taluni casi di aprire, invece, il “vaso di Pandora” del militarismo, sirena che sta attirando non poco la Germania. Bisogna allora diffidare del manicheismo concettuale cui spesso si abbandonano coloro che vogliono un riarmo tout court e ad esso sacrificano il sociale e il sentimento popolare.
Le scelte sono inevitabilmente più complesse, richiedono la messa in comune di diverse sensibilità. Soprattutto, richiedono una prospettiva ed un’attitudine da coltivare. Un esempio in tal senso ci sta venendo da Anthropic che rifiuta l’idea di una Intelligenza artificiale anch’essa vista solo nell’ottica militare. Ed è qui che la politica europea deve trovare il modo di avere uno scatto di reni e capire che ampi sono gli spazi per continuare a rappresentare nel mondo, nonostante difetti, carenze e ritardi, un’oasi di pace, ma che va finalizzata a diventare sempre più ampia e condivisa.
Giancarlo Infante