La rivista Il Mulino pubblica un articolo a firma di Paolo Pombeni, in sui si sostiene che le leggi elettorali non sono “meccanismi” neutri, ma rispondono alla logica politica per la “legittimazione del potere”. Con il rischio di dare vita a “governi a bassa rappresentatività, incapaci di gestire crisi profonde per mancanza di un reale consenso popolare”

Così Pombeni sostiene che “Ogni volta che si avvia l’iter per una riforma elettorale occorre pensare che non si sta manipolando un mero dispositivo tecnico per convertire consensi in seggi da ripartire tra i partiti, ma che si sta compiendo un atto eminentemente politico, vale a dire la legittimazione del sistema con cui si governa la sfera pubblica nella dialettica tra esecutivo e Parlamento, visto che entrambi i due poli sono nella loro concretezza pro tempore frutto della partecipazione dei cittadini al meccanismo elettorale a base competitiva (ormai da tempo è obsoleta la convinzione che si voti solo per il Parlamento e che il governo non sia oggetto della scelta degli elettori: non è più così in nessun Paese con una Costituzione liberal-democratica)”.

Secondo l’autore, “un buon sistema elettorale deve produrre la convinzione generale che il suo esito sia autenticamente legittimo e legittimante. Non si configura come una gara in cui taluni conquistano il premio mentre altri escono a mani vuote meditando la rivincita, bensì come una competizione che distribuisce tra i partecipanti, secondo criteri razionali ed equilibrati, le risorse decisionali e i meccanismi di produzione delle scelte destinate a essere riconosciute come legittime da parte di tutti i cittadini”.

E, quindi, prosegue sostenendo che “la domanda che si pone oggi a un osservatore della scena politica è quanto i proponenti della nuova legge elettorale si rendano conto dei problemi strutturali con cui devono misurarsi, che sono essenzialmente due: l’astensionismo e il contesto necessario per avere un sistema proporzionale che funzioni. La prima questione è più evidente, la seconda meno. Non è una gara in cui taluni conquistano il premio mentre altri escono a mani vuote meditando la rivincita, ma una competizione che distribuisce tra i partecipanti, secondo criteri razionali ed equilibrati, i meccanismi di produzione delle scelte riconosciute come legittime da parte di tutti i cittadini”.

Per quanto riguarda l’astensionismo, secondo Pombeni, “occorre partire da una questione semplice: attribuire un premio di maggioranza ai partiti meglio classificati quando l’astensione si attesta intorno alla metà del corpo elettorale – senza mostrare cenni di regresso – significa commisurare il valore dei consensi ottenuti a tale realtà. Diciamolo nel modo più banale possibile: attribuire un premio di maggioranza a chi (coalizione o, in astratto, singolo partito) abbia raggiunto il 40% dei consensi con il 50% circa degli astenuti significa dare un potere di governo stabile (cioè in teoria con pochi condizionamenti) a chi rappresenta il 20% del corpo elettorale. Gli specialisti inorridiscono di fronte a queste semplificazioni, ma è così che i dati verranno interpretati, anche, se vogliamo, con strumentalità e malizia. Vuol dire avere un governo ad alto potenziale di decisione, ma a bassa legittimazione popolare”.

Rispondendo ai “cinici della politica”, secondo i quali “se la gente non va a votare, significa che gli va bene qualsiasi cosa esca dalle urne”, egli sostiene che “non è esattamente così nella vita concreta, perché il ragionamento funziona finché il governo espresso dal voto si tiene più o meno all’ordinaria amministrazione, per cui la gente accetta ciò che ritiene più o meno normale e/o inevitabile; ma quando si dovranno prendere decisioni difficili oppure nel caso in cui il governo s’impegni in suoi progetti particolari (e non vogliamo pensare ad alzate d’ingegno, che visti i tempi non mancano) il deficit di legittimazione emergerà, e potrà anche diventare drammatico. Solo che a quel punto, visto il sistema elettorale che si sta progettando, si potrà solo ricorrere allo scioglimento della legislatura: la mossa meno utile in tempi di crisi seria”.

A suo avviso meglio sarebbe, allora, “alzare la soglia per l’attribuzione del premio di maggioranza, avvicinandola sensibilmente a quel 50% +1 che era il quorum fissato dalla famosa “legge truffa” del 1953, ma i partiti, tanto di maggioranza quanto di opposizione, non ci stanno, perché la giudicano proibitiva. Aggiungiamoci, per inciso, che quanto meno si dovrebbe limitare il potere di maggioranza che assegna il premio, scendendo di qualche punto dal 55% dei seggi e fissando comunque quella soglia come rigida e non superabile per impedire che si possa arrivare a una maggioranza pigliatutto per la nomina delle autorità di garanzia (presidente della Repubblica, giudici della Corte costituzionale ecc.).

Per quanto riguarda l’introduzione del sistema proporzionale, l’autore ricorda che esso nacque storicamente “per garantire presenza e misurabilità di elementi strutturali del sistema: gruppi etnici, aggregazioni socio-culturali come quelle religiose, componenti regionali (il caso classico è quello della Confederazione elvetica). Nel nostro sistema repubblicano venne recepito per tenere conto dell’esistenza di partiti che rappresentavano “mondi vitali”, aggregazioni socio-culturali ancor prima che politiche con storie e tradizioni radicate con confini piuttosto stabiliti (fino a definirli con la famosa locuzione degli “steccati”)”.

Ma questa realtà, a suo avviso, è “stata cancellata dall’evolversi dei sistemi sociali e oggi viene ripresentata strumentalmente, anche se per i partiti attualmente in campo si tratta di bandiere vuote (ma è così in tutti i sistemi politici occidentali, dove la tradizione di militanza si è enormemente ridotta, e per quel che rimane ha caratteristiche più di raggruppamenti simil-settari che di adesioni a subculture vissute). Oggi dunque il proporzionale serve per misurare il numero di like che ciascun contendente può raccogliere dal suo pubblico riferimento, diventato variabile e che si tiene legato con tecniche di fidelizzazione più o meno commerciali piuttosto che con l’appello a valori ideali profondi (altra roba rispetto agli slogan e ai mantra) che strutturano la vita dei corpi sociali”.

La conclusione è che “in un contesto del genere, il proporzionalismo avrà effetti dirompenti, soprattutto se la gestione delle candidature verrà affidata, com’è nel progetto di riforma, ai vertici dei partiti senza possibilità per l’elettore di intervenire sul loro recepimento. Il sistema delle liste bloccate, corte o meno corte che siano, propone all’elettore di “prendere o lasciare”: chi non è disposto a dare alle segreterie che hanno compilato le candidature un mandato in bianco dovrà porsi il problema dell’astensione. I vertici (quelli che si tendono a definire “caminetti”, perché le possibilità di azione per organi di partito rappresentativi sono più che risicate) tenderanno a formare liste di fedeli, anche nell’ottica di avere un Parlamento a cui non si affida l’elaborazione di politiche, ma solo la funzione di cassa di risonanza di quel che essi decidono fuori delle aule. Una conseguenza prevedibile è che ci sia un incentivo alla frammentazione partitica: singoli o gruppi che non vedono possibilità di presenza per loro significativa nei partiti oggi consolidati saranno invogliati a farsi loro liste con scissioni o in altro modo. Si accentuerà così non solo il fenomeno della personalizzazione delle proposte politiche, ma la promozione di una “democrazia dei personaggi”: a competere non sono capi, leader o guide di formazioni a cui essi ispirano, in un lavoro comune, l’elaborazione e la realizzazione di risposte alle sfide che pone la realtà del Paese e del mondo, ma singole figure che tengono la scena con un proprio repertorio, variabile se sono bravi, stucchevolmente fisso se sono maschere, e che lavorano circondati non da organismi per il dibattito e la risoluzione dei problemi, ma da staff di addetti al backstage e alla comunicazione.

Non proprio una gran prospettiva per il rilancio della nostra vita democratica. Se non si tiene conto della necessità che una legge elettorale produca un sistema politico, prima ancora che efficiente, legittimato, si avrà nei fatti un sistema debole, costretto a confrontarsi con la continua accusa di non essere veramente rappresentativo della volontà popolare (che rimane, nei sistemi costituzionali, la fonte ineludibile del potere legittimo) e vittima di un diffuso senso di estraneità alla vita politica e sociale.

Prima di perdersi nella discussione sulle infinite tecnicalità dei sistemi elettorali e nelle tortuose complessità di un sistema costituzionale come il nostro, che è anche frutto di una stagione di grandi diffidenze fra le forze politiche costituenti (si pensi anche solo al bicameralismo…), converrebbe, a nostro modestissimo avviso, che si spendesse qualche energia per affrontare il tema di come sia possibile avere una legge elettorale produttrice di una stabilizzazione legittimante. Per tutti”.

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