Il teorico che, a fine ottocento, propose il termine di “spazio vitale – Friedrich Retzel – era un geografo e definì il concetto secondo le categorie della sua disciplina e della biologia.

“Spazio vitale”, infatti, sta per suolo e territorio di cui una specie ha bisogno per poter sopravvivere. Solo in un secondo tempo, il termine finì per assumere un significato di carattere geo-politico e venne, infine, fatto proprio dal nazismo. Dentro la cui ideologia, associato al mito della forza e del “blut und boden” (sangue e terra), giustificava, in nome del popolo ariano, la strategia espansionistica che Hitler volgeva soprattutto ad Est, contro la Polonia e la Russia. Ovviamente, la storia non si ripete e, dunque, non è questo il punto. Eppure, certi tratti possono, in altri contesti storici ed in forme differenti, riapparire.

Se si osserva da vicino come si muovono, sullo scacchiere internazionale, le due maggiori potenze, più la terza, si ha la netta sensazione che le rispettive “sfere di influenza” vengano lette – e sofferte – anche in termini di “spazi vitali” da contendere e da conquistare, ad ogni costo. L’impressione generale è quella di trovarci di fronte ad una sfida che è di carattere ultimativo. Con la quale, Stati Uniti e Cina – terzo incomodo la Russia – mettono in gioco, l’una contro l’altra, i propri destini di lungo periodo e sanno come la posta di tale partita sia rappresentata dal livello di spartizione del resto del mondo e delle sue risorse naturali che, ciascuna delle tre, riuscirà a conseguire, a scapito delle altre due. Una competizione che non prevede tregua o armistizio che sia.

Non si spiega altrimenti la foga insensata e l’aggressività incontenibile ed ininterrotta di Putin, pur pagata a duro prezzo di vite umane, contro quell’Ucraina che fu il granaio dell’URRS. Né si riesce a dar conto dell’accanimento drammatico di Trump che vuole ritagliarsi in esclusiva uno spicchio di mondo dall’Artico all’Antartide. Così per quanto riguarda la ferma intenzione della Cina di riprendersi Taiwan. Ed intanto, sia pure non in armi – secondo l’antica tradizione delle dinastie imperiali che si sono succedute nella sua plurimillenaria storia – estende la sua presenza in ogni altro continente, secondo un concetto di “sfera di influenza” diffusa, a prescindere dalla contiguità territoriale delle aree in cui va ad esercitarla. Una strategia avvolgente, sottile e suadente che corrisponde all’ imperturbabile contegno dell’Impero Celeste, convinto che, infine, il mondo intero debba ricapitolarsi a Pechino.

Insomma, sembra che, almeno per certi aspetti, “sfere di influenza” e “spazio vitale” si sovrappongano. E la “grandeur” delle prime finisca per disperdersi nella precarietà esistenziale del secondo. Il che, per un verso, depone per imperialismi che ostentano una postura forte, ma, in effetti, contrariamente alle forme similari che li hanno preceduti nel secolo scorso, oggi appaiono sulla difensiva. E, per altro verso, ci fa temere che stiamo pericolosamente entrando in una fase delicatissima della storia che mette in gioco gli equilibri di fondo che reggono la vita del globo.
Stiamo entrando nell’ era della sopravvivenza?

Possiamo attenderci una prospettiva di pace oppure una lotta senza quartiere che pezzi di mondo, se vogliono avere vita lunga, sono costretti a combattere contro altri?

Domenico Galbiati

About Author