Dice il Vice Premier Matteo Salvini che i vincoli europei sul patto di stabilità sono “idioti ed insensati”.
Non colgo in questa affermazione la legittima richiesta di un aggiustamento di alcuni parametri – peraltro sottoscritti poco tempo fa dal Governo in carica – di fronte ad una situazione di emergenza. Vi colgo invece la punta, neppure troppo celata, di un iceberg in pericolosa navigazione verso il Titanic sul quale l’orchestrina continua a suonare la sua musichetta, ignara e allegra. Vi leggo cioè una cifra intimamente e irriducibilmente “anti europea”. Sorgono al riguardo almeno tre domande.
La prima. Come si concilia questa posizione di Salvini con una coalizione di governo fatta assieme a partiti aderenti al PPE, come Forza Italia, che – sulla carta – si dichiarano europeisti? O, meglio: come possono spiegare questi ultimi la reiterata decisione di confermare la loro presenza in una coalizione che si fonda sul ruolo determinate del partito di Salvini e di altre formazioni della Destra sovranista?
La seconda. Come si può accettare che un Vice Premier sostenga di fatto che l’Italia dovrebbe aumentare il proprio già enorme debito pubblico (questo, in sostanza, significa voler uscire dai vincoli del patto di stabilità), scaricandone tutto il peso sulle nuove generazioni? Come si può immaginare di difendere e promuovere, nei nuovi scenari globali, l’interesse nazionale italiano al di fuori del progetto europeo?  Salvini ha dato una occhiata, almeno, ai Rapporti redatti da Enrico Letta e Mario Draghi su incarico del Consiglio Europeo? Ha preso visione dei dati macro economici e di quelli sulla capacità competitiva strategica dei singoli paesi Europei se decidessero di continuare ad agire da soli nel nuovo contesto mondiale che è già iniziato? Si rende conto che per non subire un declino inesorabile (sul piano economico, tecnologico, sociale e geopolitico) l’Europa ha bisogno di strumenti ancora più robusti di unità, a partire – da subito – da un massiccio ricorso al “debito comune”? E come pensa di conciliare il ricorso al “debito comune europeo” con l’insana prospettiva che ogni Paese possa liberarsi dai vincoli comuni, ritenuti “idioti e insensati”? Pensa forse che i suoi amici Putin e Trump ci aiuteranno con qualche amichevole prebenda di favore?
La terza domanda, la più inquietante. Ma come può essere accaduto che nel giro di pochi anni il nostro Paese sia passato dalla stagione degli “statisti” a quella dei”ciarlatani”? Tra i primi, cito solo, come esempio, Beniamino Andreatta, uno dei principali costruttori della prospettiva europeista italiana e convinto sostenitore della correlata necessità di un “vincolo” europeo.
É triste ed impietoso il confronto tra le balbettanti scempiaggini di breve momento di oggi e le visioni coraggiose di quella classe dirigente. Basta rileggersi il volume “L’Europa di Andreatta”, pubblicato da AREL nel 2017 con i testi dei suoi discorsi (e delle sue azioni) e considerare solo i titoli dei relativi capitoli: l’Europa nostro Paese; l’Europa nostra Ricchezza; l’Europa nostra Difesa; l’Europa nostro Futuro.
Come può essere accaduto che l’Italia di Alcide De Gasperi, Altiero Spinelli, Beniamino Andreatta, Giorgio Napolitano, Carlo Azeglio Ciampi, Romano Prodi, Mario Draghi e di tanti altri sia finita così?
É stato possibile, temo, perché il sonno della “Buona Politica” genera una desolante competizione al ribasso, nelle Istituzioni e nello stesso corpo elettorale (quello che vota e quello, prevalente, che non lo fa).
Pochi dicono con sincerità come stanno le cose. Pochissimi hanno il coraggio di indicare una via, una meta, una prospettiva di futuro. Quasi nessuno dice che il Bene Comune non è l’impossibile somma dei presunti immediati interessi dei singoli e che senza una prospettiva europea se la cava chi è già protetto e ricco, mentre svaniscono le speranze dei giovani e di gran parte di quel “popolo” che viene evocato ad ogni piè sospinto.
Tanti evocano strampalate utopie. Quasi nessuno propone “utopie tecnicamente possibili”, per dirla con Andreatta. La scommessa capace di invertire questa deriva non è però quella di mettere assieme tutti quelli che si oppongono al governo in carica, ma “assieme” non hanno che pochi punti in comune sulla direzione da prendere. Operazione, questa, di (presunta) cifra “numerica”, più che di valore pienamente “politico”.
La scommessa, tutta in salita, è quella di un progetto di futuro coraggioso, chiaro, coerente. E credibile anche sul piano della leadership.
A chi sta assieme solo per non perdere il potere é inutile contrapporre chi sta assieme solo per conquistarlo. Serve stare assieme per “governare”, che è cosa diversa dal solo voler provare a vincere un passaggio elettorale e poi si vedrà. Le sfide drammatiche del nostro tempo non consentono più queste finzioni.
Lorenzo Dellai

About Author