E’ tempo di parlare delle tasse. Mai come prima, con la finanziaria “povera” di Giorgia Meloni e Giancarlo Giorgetti, il tema è diventato la questione delle questioni.

Di fronte abbiamo le condizioni del Paese. Con i suoi squilibri e la scelta di salvare il salvabile dell’esistente senza porsi il problema dello sviluppo e della crescita. Due termini sinonimi che, però, possono diventare persino  antitetici in una visione che si ponga davvero il problema del lungo futuro e non quello dei tempi dettati dalle competizioni elettorali. E quindi della ricerca della crescita del Pil di uno 0,5.

Anche  la scelta dell’uso dei due termini definisce la differenza tra l’autentico statista e il politico ordinario. Con il dramma in più che, oggi, l’Italia neppure cresce. E meno che mai si pone il problema dello sviluppo. A niente serve vedere come continui il declino della nostra capacità produttiva, l’esodo delle menti migliori tra i giovani e, persino, l’astensionismo elettorale che diventa l’unica forma per esprimere un disagio, in primo luogo sociale ed economico.

A nessuno fa piacere pagare le tasse. Eppure, sono necessarie. Per molti – una buona metà degli italiani- deve ancora diventare questione, assieme, pratica e morale. Parola desueta quest’ultima che anche molti cattolici – e con troppa facilità -associano solamente ad altre questioni. Come se dopo il Concilio Vaticano II non fosse stato introdotto nel Confiteor che apre la Messa anche il peccato di omissione. Il quale, piaccia o no riguarda anche quella, o l’elusione, del pagamento delle tasse.

Il Compendio della Dottrina sociale della Chiesa chiarisce molto bene, e con poche parole, il concetto della fiscalità che dovrebbe essere propria di chi si dice cristiano. “La raccolta fiscale e la spesa pubblica assumono un’importanza economica cruciale per ogni comunità civile e politica: l’obiettivo verso cui tendere è una finanza pubblica capace di proporsi come strumento di sviluppo e di solidarietà”. Ed ancora: “La finanza pubblica si orienta al bene comune quando si attiene ad alcuni fondamentali principi: il pagamento delle imposte come specificazione del dovere di solidarietà; razionalità ed equità nell’imposizione dei tributi; rigore e integrità nell’amministrazione e nella destinazione delle risorse pubbliche”. Infine: che essa deve “seguire i principi della solidarietà, dell’uguaglianza, della valorizzazione dei talenti, e prestare grande attenzione a sostenere le famiglie, destinando a tal fine un’adeguata quantità di risorse”.

La questione delle tasse, nel senso costituzionale del concetto, richiama, all’art 53, sia la capacità contributiva, sia il criterio della progressività del sistema tributario. E la questione del carico fiscale per i redditi più alti – che del resto già godono di numerosi altri privilegi – non può che essere letta in questi termini.

Il definirsi cristiani, purtroppo, non è una garanzia che assicura la coerenza  tra il dire ed i fare e questi sono i tempi in cui i politici che si fregiano di un tale impegnativo riferimento dovrebbero farci davvero mente locale nel momento in cui la Manovra è giunta all’esame del Parlamento. Perché queste sono le vere occasioni che dicono qual è la visione di una società e le scelte politiche che si intendono compiere in coerenza con i proclamati principi di riferimento.

 

 

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