E’ possibile aiutare, se così si può dire, in modo particolare gli adolescenti, ad innamorarsi dell’amore?
Si può aiutare, insegnare, prendere per mano ed accompagnare, sospingere qualcuno a riconoscere chi gli sta di fronte quale “persona” rispettandone, dunque, l’alterità, piuttosto che pretendere di assorbirla in sé, quale oggetto complementare e compensativo della propria identità carente?
Sollecitarlo a comprendere che, poiché – lo si creda o meno – la vita è un dono, a sua volta non può che essere donata, anziché rivendicata ed avvilita, arrotata su sé stessa? E spiegare che questa attitudine nulla ha a che vedere con chissà quali gesta eroiche e straordinarie. Bensì è o dovrebbe essere intessuta in ogni gesto quotidiano? La vita per ogni neonato inizia dalla percezione ancora incerta, mal posta e confusa di uno sguardo che si posa su di lui e con il quale fuggevolmente scambia, per la prima volta, il suo.
Il primo atto che lo impegna ed a cui spontaneamente attende è discernere se quell’insieme di sensazioni propriocettive e tattili, uditive e visive che lo frastornano, costituiscano un magma indistinto e sfrangiato nel quale si trova smarrito, oppure se vi sia un margine che i suoi movimenti spontanei disegnano, via via mappando lo spazio attorno, e rappresenti il confine che lo individua, scolpendolo fuori dal contesto.
In altri termini, fin da subito, ci si costituisce solo in relazione ad un “tu” e questa condizione originaria di ininterrotto dialogo tra il “se’” e l’ “altro” è destinata, in una straordinaria varietà di forme, a prolungarsi per la vita intera. Il “tu” è elemento co-essenziale e costitutivo del proprio riconoscere se stessi.
E’ importante che la scuola si faccia carico, in forma curricolare e, dunque, senza attendere il consenso della famiglia, di sostenere i più giovani in questo cammino difficile, tracciato su un crinale scivoloso, che chiamiamo “educazione affettiva”, purché ci si renda consapevoli di determinati elementi al contorno.
Non ci si illuda, anzitutto, che tanto basti e dunque, tacitata la propria coscienza di educatori, ci si possa attendere il risultato di una maturazione scontata. Secondo quali indirizzi, con quali docenti si dovranno affrontare le ore di lezione di educazione affettiva, soprattutto evitando che diventino la palestra in cui ideologie differenti colgano l’occasione per incrociare le lame, a scapito dei ragazzi?
Peraltro, la maturazione affettiva, oltre che dalla famiglia, per quanto concerne la scuola, deve avvalersi, sì, di momenti dedicati, ma soprattutto di un clima e di un contesto che si evinca dal complesso degli insegnamenti proposti. L’affettività è un vissuto, un’esperienza piuttosto che una materia di studio similare ad altre.
Ne va dimenticato come tutto ciò, nell’attuale momento storico, vada contestualizzato in riferimento a due fenomeni da osservare e comprendere con grande attenzione. Anzitutto, la condizione di esasperata sollecitazione che oggi i giovani devono sopportare. E, nel contempo, la frequenza con cui si coglie oggi la propensione al “narcisismo”.
Questioni su cui si dovrà tornare perché rompere l’assedio del proprio “egocentrismo” ed aprirsi all’altro richiede, oggi più di ieri, una discreta dose di abnegazione e di coraggio.
Domenico Galbiati