Taluni, anche tra diversi accreditati osservatori della grande stampa, ritenevano che Papa Prevost fosse destinato ad esercitare un ruolo di mediazione tutto interno alla Chiesa per sanare le ferite e comporne i conflitti latenti, eppure, sostanzialmente, ridotto a copia sbiadita dei suoi grandi predecessori, sostanzialmente privo del carisma pastorale, fatto di fede e di cultura, destinato ad orientare i percorsi dell’ avventura umana.
Considerato un Papa timido ed incerto, poco penetrante, poco aggressivo, lontano dalle posture arrembanti che oggi piacciono tanto. Per mesi e mesi i suoi interventi sono stati soppesati ed accreditati o meno, in funzione di quanto fossero riconducibili oppure no al Magistero ed allo stile del suo immediato predecessore, Papa Francesco. In realtà, già diversi pronunciamenti – e da ultimo con evidente chiarezza, la sua prima lettera Enciclica – mostrano come Papa Leone si inscriva nella tradizione anselmiana dei grandi Pontefici, capaci di comporre in uno la “fides quaerens intellectum” e l’ “intellectus quaerens fidem”.
Mai come oggi cuore e mente, sentimento e ragione delle donne e degli uomini, ciascuno nella sua irripetibile singolarità, vanno nutriti assieme. Rinviano l’uno all’altra alla ricerca di quell’ intero duale che, supera le strettoie dell’individualismo, ed evoca la pienezza della persona. La fede alza l’asticella e sfida la ragione a salire più in alto, guadagnando quella fiducia in sé stessa cui la invita Papa Benedetto. La ragione concorre a mostrare l’attendibile coerenza intrinseca al portato della fede ed i valori umani che, di per sé, implica.
Si potrebbe dire che il vigore del suo messaggio, mai irruento ed apodittico, quanto fermo, argomentato e trasparente, sia stato compreso da Trump che ne ha fiutato la minaccia alla sua sgangherata dottrina, meglio di quanto non abbiano saputo fare più sofisticati e smaliziati commentatori. In fondo – nomen omen – al di là della rievocazione del suo predecessore del secolo scorso, il Pontefice che, con la “Rerum Novarum”, prese per mano la Chiesa e la accompagnò nel cuore della modernità, chiamarsi Leone, in questo tempo di ricorrenti e facili omologazioni al pensiero dominante, già di per sé è una sfida. Lo hanno mostrato i discorsi pronunciati in questi ultimi giorni di vista pastorale in Spagna. E lo mostrano le folle che, accorse ad ascoltarlo, lo hanno accolto come una benedizione.
Davanti al Parlamento spagnolo, la prima volta di un Papa, in un Paese di grande tradizione cattolica: “…la dignità inviolabile della persona umana…..precede ogni concessione dello Stato e non può essere subordinata a consensi sociali mutevoli o alle fluttuazioni delle maggioranze del momento. Essa appartiene ad ogni essere umano per il fatto stesso di esistere e per questo deve orientare ogni ordinamento giuridico positivo”. E perché fosse ancor più chiaro:
“…..quale futuro possono avere le nostre società? Può dirsi pienamente giusta una società che lascia nell’ombra il bambino non ancora nato, l’anziano, il malato, chi soffre in silenzio o chi dipende interamente dalla cura degli altri?”.
Un monito che riecheggia anche in casa nostra. Così come l’altro, che risuona da Tenerife rivolto ai trafficanti di uomini: “Fermatevi. Convertitevi. Per ogni vita perduta, per ogni famiglia ingannata, per ogni corpo sottomesso, per ogni donna minacciata, ogni lavoratore sfruttato, dovrete comparire davanti giustizia divina”.
Domenico Galbiati