Un amico mi chiede perché la scorsa settimana io abbia sostenuto, in una brevissima nota sulla chat della Rete di Trieste, che “la visibilità è l’ossessione che corrode la politica”.
L’obiezione è quella nota: tutto ciò che non appare neppure esiste. Ma non è affatto così. Ed indulgere a tale suggestione è pericoloso. Anche sul piano politico, dove ci possono essere una “visibilità buona” ed una “visibilità cattiva” che, talvolta, si affiancano e convivono. Altre volte si escludono a vicenda.
In ogni caso – vale per la politica e così in ogni altro ambito – confondere l’ “essere” con l’ “apparire” introduce nei nostri discorsi un sottile veleno che li corrode e ne compromette l’approdo ad un ragionato e ragionevole giudizio.
Assimilare questi due versanti o, addirittura, rovesciarne l’ordine, in un modo tale per cui la consistenza dell’essere risulterebbe dall’aleatorietà dell’apparire è fuori luogo e del tutto errato.
E’ vero che viviamo nel “tempo della comunicazione”, ma quest’ultima è effettivamente tale e, dunque, sostanzialmente vera, solo quando veicola e trasmette una “conoscenza”. Ed, infatti, è, piuttosto, quest’ultima che dovremmo assumere come cifra specifica e distintiva cui intestare l’architettura di relazioni sociali che oggi presiede alle nostre vite.
Una “società della conoscenza”, dunque. ln cui la materia prima, quasi immateriale, sia data dalla consistenza del pensiero, dall’autenticità delle emozioni, dalla verità dei sentimenti, dal valore di tutto ciò che è più autenticamente umano. Piuttosto che dall’afflato narrativo, più o meno suadente, più o meno accattivante di questo o quell’esponente politico o di un mago dell’intrattenimento. A maggior ragione, se vogliamo, nella misura del possibile, cercare di riassorbire la cosiddetta “liquidità” dei nostri giorni, cioè quel decorrere irrefrenabile e fragile di pensieri e di emozioni, di sentimenti e di legami che, sospinti dall’accadere incessante degli eventi, non reggono la “durata” del tempo e compromettono la coesione sociale.
Non a caso, mai si parlava di “visibilità” quando la politica, sostenuta da una forte passione civile, viveva di una dialettica, spesso ruvida, ma vivace e vera, nella quale si confrontavano posizioni tanto più accese quanto più il loro versante politico esprimeva un confronto tra differenti culture e visioni del mondo. Tutt’al più si parlava di “propaganda elettorale”, cioè di una attestazione maggiormente ferma e puntuale della propria posizione, quando si affrontava il nodo cruciale e rilevante di una consultazione politica.
Oggi, di fatto, la ricerca della “visibilità” è diventata ossessiva, quasi che la proposta politica debba risolversi e dissolversi nella forza imperiosa dell’istantaneità dell’annuncio. Tutto ciò implica che i contenuti, anche a costo di qualche distorsione di troppo, devono essere manipolati e, più o meno forzosamente, adattati al “format”
della comunicazione.
Prima o poi, finisce per essere compromessa la coerenza interna e la sequenza logica di una riflessione che, non a caso, conduce spesso a contraddizioni e repentini rovesciamenti di indirizzo, mediati dalla pressione del momento e, dunque, aleatori ed infondati in rapporto alla cultura originaria di una certa forza. Detto altrimenti, il demone della “visibilità cattiva”, ricercata a tutti i costi, è, per lo più, un artefatto, una sorta di surrogato che sta in luogo della reale consistenza di un progetto politico. Al contrario, la “visibilità buona” è il frutto lento, eppure solido che si ottiene attraverso una tessitura prolungata e paziente di rapporti destinati a durare nel tempo, capaci di creare un affidabile orizzonte di valori condivisi e la coscienza di un impegno comune che arricchisce la partecipazione. Cosicché l’opzione politica va oltre il gesto singolare di ognuno, bensì concorre a costruire una comune prospettiva di senso.
La politica non è, di sua natura, come sembra suggerire il nostro attuale panorama, condannata ad una polarizzazione paralizzante. Al contrario, ha in sé una nobiltà intrinseca, la quale, purché non sia tradita dalla smania del potere, può diventare momento di solidarietà, pur nel conflitto, fattore di coesione e di crescita reciproca di contendenti che pur avanzano per linee parallele.
Non riusciremo a riportare la politica all’onere ed all’onore del suo compito, se non mettendoci alla prova, attraverso un preventivo atto di fiducia nei suoi confronti.
Domenico Galbiati