L’ambito del Soccorso Sanitario, in diversi paesi europei, ha subìto una evoluzione verso la strutturazione professionale, mediante l’istituzione di percorsi di studio universitari, di accademie e scuole superiori creati appositamente. La stessa cosa per quanto riguarda il soccorso pubblico per la componente tecnica (Vigili del Fuoco) e della forza di sicurezza (Polizia), spesso in modalità trasversale ai tre enti. I vantaggi sono stati enormi: attrattiva per i giovani, creazione di posti di lavoro, garanzia di servizio ogni tempo, elevata caratura professionale, valore istituzionale, sociale, giuridico ed economico delle professioni. Inoltre un progresso tecnico e scientifico delle Scienze del Soccorso Pubblico, quindi ricerca internazionale, selezione delle imprese veramente qualificate per tecnologie e strutture (non per sola pubblicità), investimenti in sicurezza e benessere lavorativo.

Nulla da dire sull’operato del volontariato nel campo del soccorso sanitario svolto fino ad oggi, ma se è tempo (e lo è), di cambiare il passo come citato da Letizia Moratti e da altri appartenenti al suo movimento, facendo in modo che Regione Lombardia sia migliore e più agganciata all’Europa, dobbiamo abbandonare l’idea di professionalizzare il volontariato in questo settore e nei settori Sicurezza, Soccorso e Protezione Strategica. La situazione degli ultimi dieci anni trascorsi, odierna e futura in ogni ambito di vita, ha chiesto, chiede e chiederà altro, di più e con mutazioni repentine che il mondo del volontariato del soccorso non riuscirà a sostenere ancora per molto; fatica già il sistema professionale per come è oggi strutturato. Diversi paesi europei hanno colto lo stimolo per rivedere i propri sistemi con una lungimiranza non da poco e con risultati molto soddisfacenti. Serve una presa di coscienza della realtà, una cultura politica e professionale che abbiano intenti comuni, quali beni preziosi per tutti.

Un volontariato usato per il risparmio, talvolta per il voto, ben diverso dal consenso che apre a essere costruttivi e riconoscere limiti e confini. I risparmi come dove sono stati investiti? Non si è vista una progettazione e quindi un investimento per recuperare i Neet (Not in Education, Employment or Training), che operano nel volontariato del soccorso, creando un percorso di scuola superiore o accademico abilitante per esempio, alla professione di soccorritore professionale. Quanti giovani volontari con un titolo di studio superiore sono in attesa di primo impiego e che potrebbero diventare soccorritori professionali con un percorso di studi, creato secondo le linee guida e tendenze europee? Quanti di loro, hanno solo il titolo di studio di scuola secondaria di primo grado? Pertanto un’opportunità di una nuova professione, attraverso il completamento degli studi di base, che serve legiferare per non avere soggetti con ruoli ibridi o promiscui, in un servizio strategico ad alta specificità. Non è che un Neet assunto come dipendente in una organizzazione di volontariato del soccorso per colmare la mancanza di volontari, senza un percorso formativo riconosciuto per una professione, automaticamente può essere definito un professionista o attribuita ad egli una qualifica professionale. Ci vuole ben altro.

Si preferisce invece, professionalizzare il volontariato, con enormi rischi, limiti e importanti responsabilità, attraverso un corsificio/diplomificio (un vilipendio all’istituzione scolastica e accademica), che a tutti gli effetti non offre garanzie e sicurezze per nessuno. Il volontario del soccorso è praticamente figlio di nessuno da molto tempo e senza identità del ruolo specifico; pertanto a rischio di essere soppiantato dal privato a scopo di lucro magari poco controllato. Ecco dunque la necessità di strutturare istituzionalmente e professionalmente il soccorso sanitario alla pari degli altri enti del soccorso nazionali (anch’essi da trasformare/ridimensionare per alcuni aspetti). Oggi il volontariato del soccorso, a cui va espressa la gratitudine per quanto svolto, deve trasformare e trasferire il suo importante impegno e la sua storia, nell’ambito sociale del territorio in cui vivono queste realtà di aggregazione, a supporto dei Comuni e degli Enti che si occupano di assistenza sociale territoriale e di prossimità, con una gestione e un controllo più diretti, determinando così una maggiore tutela. Settori che, seppur necessitanti di attenzioni, permettono alla persona che decide di donare del tempo alla collettività, di svolgerlo senza un impegno gravoso, con minori sollecitazioni di responsabilità importanti, meno tecnicismi e un minore/assente stress psicofisico, che potrebbe nuocere poi nell’ambito lavorativo proprio o familiare; ambiti oggi già abbastanza impegnativi che non devono essere trascurati per fare altro.

Quanto esposto riguarda anche il personale sanitario professionale (infermieri e medici), operanti nel soccorso sanitario di urgenza ed emergenza. Non basta la laurea di base per operare in questo contesto e una breve esperienza lavorativa nei settori critici dell’assistenza intensiva. Serve un percorso di studi accademico post laurea, mirato e trasversale (e non un corso), abilitante e con un valore giuridico importante. Altresì non serve reclutare personale con incentivazioni economiche “a pioggia”, ma con preparazione, motivazione valida, un giusto ed equo riconoscimento economico duraturo. L’autonomia infermieristica nel soccorso sanitario nella gestione emergenziale in molti paesi europei sta avendo un ruolo importante nel mitigare gli accessi ospedalieri acuti sul territorio, partendo già dalla loro presenza nelle centrali operative di emergenza, con un ruolo di responsabilità organizzativa e di risposta operativa; altresì il supporto del medico di emergenza allocato in punti strategici integra l’operato del sistema.

Nel complesso, e non di poco conto nella nostra realtà, in questo settore strategico non sono aggiornate e al passo con gli eventi, la cultura della preparazione e dell’idoneità psico-fisica, la cultura di prevenzione e sicurezza durante l’attività lavorativa, la cultura di formazione trasversale con i vari enti del soccorso pubblico. Si è preferito istituire l’obbligo frenetico di corsi, piuttosto che organizzare al personale professionale anni sabbatici periodici di aggiornamento e rivalutazione, sempre presso scuole apposite, accademie o università (infatti le linee guida internazionali si aggiornano in media ogni cinque anni), permettendo un periodo di stacco operativo, utile per rigenerarsi professionalmente e fisicamente.

Regione Lombardia deve avere un ponte oltre confine per valutare le proprie capacità e possibilità e di conseguenza adottare il meglio che esiste già, almeno in Europa, realizzando una stabilità duratura. L’Europa è un buon indice di confronto.

Se negli anni ’90, all’epoca della presidenza lombarda di Giuseppe Giovenzana, venne licenziata la legge regionale istitutiva del Servizio di Soccorso Sanitario di Urgenza ed Emergenza 118 (e di lì a poco o in contemporanea anche la Regione Emilia Romagna, poi mutuate nel D.P.R. del 27 Marzo 1992, quale atto costitutivo del Servizio di Soccorso Sanitario 118 su tutto il territorio Nazionale, con alcuni indirizzi predittivi oggi trascurati), oggi Regione Lombardia, può licenziare una proposta di legge, agganciata all’Europa, i cui benefici si realizzeranno in Lombardia e a seguire nel resto d’Italia, con una prospettiva di trasformazione di tutto il Soccorso Pubblico Italiano diventando più strutturato e professionale. Se dobbiamo garantire una sicurezza reale ai cittadini e la valorizzazione delle professioni mediante la messa a disposizione di opportunità di studio per chi è alla ricerca di un ruolo professionale, è solo in questo modo che possiamo cancellare l’insicurezza percepita o reale che siano, evitando di lasciare cadere questo servizio nella privatizzazione, nella promiscuità e nell’arretratezza culturale.

Concludendo, la candidatura di Letizia Moratti può essere una opportunità per trasformare questi settori. Saprà porre dei distinguo sulle funzioni dei sistemi regionali del Soccorso Pubblico con una proiezione nazionale, riconoscere dove la professione deve essere presente, incrementata e come regolare gli ambiti e i confini del volontariato. Auguro che sappia cogliere l’indole e gli intenti dei suoi collaboratori, simpatizzanti, movimenti politici che si uniranno, ricercando quelli più sinceri per un “fare bene” migliore in Lombardia.

Marco Torriani