Stretta nella tenaglia tra i dazi imposti da Trump, la guerra vicino casa, a Kiev, ed il massacro di Gaza, l’Europa è giunta ad un bivio.
Il suo destino si fa o si disfa non coltivando idealmente un’astratta e nobile aspirazione unitaria, bensì nel vivo del processo storico concreto, affrontando momenti cruciali che si biforcano in due opposte direzioni.
E’ difficile immaginare che, tra le due, l’Europa, grazie ad un inaspettato colpo di reni, sappia oggi imboccare quella giusta verso una struttura federale e solidale, necessaria a garantirle la sovranità con cui farsi carico del compito di pace e di concordia da cui è nata e che tuttora le compete.
L’Europa non è ancora in grado di distillare dagli interessi particolari di ciascun paese, quell’interesse generale che, d’altronde, le riesce quasi impossibile individuare finché manchi una lettura effettivamente comune, limpida e consapevole di quale debba essere il suo ruolo nel mondo.
Adagiata nella placenta della protezione americana da cui è stata espulsa, dopo un parto distocico, fatica ad aprire gli occhi ed a rendersi conto in quale mondo nuovo, a suo dispetto, sia stata quasi d’improvviso gettata. In fondo, è sorpresa e spiazzata dalla rapida successione di eventi che la costringono a ritrovare da sola, a tentoni, una collocazione credibile nello scacchiere Internazionale. Nuda alla meta di un mondo che si è fatto, ad un tratto, così imprevedibilmente precario da risultare minaccioso. Un mondo impredicibile nel quale non le resta che muoversi con strategie di corto raggio, sondando passo dopo passo il terreno su cui si muove.
Appesantita, del resto, da un europeismo mai del tutto limpido anche nei maggiori Paesi dell’Unione che faticano a cancellare del tutto, nelle loro posture, ricorrenti riverberi di carattere nazionale.
Per noi dire della serpe in seno all’Europa rappresentata da sovranismi e nazionalismi di ritorno. A cominciare da quelli di casa nostra.
Come già sottolineato in altre occasioni, l’europeismo obbligato di Giorgia Meloni è permanentemente attraversato da una attraente faglia ideologica trumpiana, che rappresenta un’affinità di pensiero e di cultura politica, orientata ad un principio d’ autorità che costituisce l’elemento identitario privilegiato della Destra. Come tale irrinunciabile.
A Palazzo Chigi prevale l’interesse
oggettivo del Paese che richiederebbe una forte, coerente, solidale aderenza al progetto europeo – altro che “pontiera” tra due mondi, in nome di una doppia appartenenza equivoca – oppure una fascinazione ideologica che privilegia la parentela Politica? L’accondiscendenza di Giorgia Meloni ai dazi imposti da Trump all’Europa la dice lunga a tale proposito.
Peraltro, non tutto il male viene per nuocere. Ogni qual volta – succede alle singole persone ed alle collettività – si rompe un equilibrio consolidato, la prima reazione è di sconcerto e di smarrimento, di insicurezza, di timore e spaesamento, perfino di paura, ma poi la vita continua e via via cominciano ad apparire alcuni primi spontanei e per lo più inattesi nuclei di condensazione attorno ai quali si ricostruisce una trama che da’ conto di una nuova architettura di relazioni che progressivamente si afferma.
Francamente immaginare, ad oggi, che il disordine internazionale in cui siamo caduti possa cambiare verso ed incamminarsi, secondo una tempistica ragionevolmente credibile,verso una forma piu’ avanzata di relazioni internazionali, è arduo. Eppure è ancora lecito sperare.
Domenico Galbiati