Per anni abbiamo ripetuto che l’Europa era finita: divisa, pavida, subalterna. Un continente incapace di parlare con una sola voce e pronto a piegarsi al primo ricatto geopolitico. Poi sono arrivati i giorni di Davos e qualcosa, almeno nel tono e nelle parole, è cambiato. Di fronte alle nuove minacce commerciali e politiche di Trump, l’Europa non ha abbassato la testa. Ha risposto. Con fermezza, con orgoglio, rivendicando sovranità e autonomia strategica. Non è ancora una svolta storica, ma di certo incrina la narrazione di un’Europa definitivamente rassegnata al ruolo di vassallo.

È su uno sfondo opposto che si collocano le osservazioni di Marcello Veneziani, a commento del libro del tedesco Hauk Ritz (“Perché l’Occidente odia la Russia”, Fazi Editore, 2026). Per entrambi, il declino europeo non è congiunturale, ma profondo. L’Europa sarebbe diventata fragile perché ha rinnegato le proprie radici: cristiane, storiche, identitarie. Veneziani parla di una civiltà che ha smesso di pensarsi, ridotta a burocrazia senz’anima. Ritz va oltre: vede nell’ostilità verso la Russia la prova di una frattura culturale, il rifiuto di tutto ciò che ricorda all’Europa ciò che era e non vuole più essere. In questa lettura, la subordinazione all’America non è imposta: è accettata per mancanza di alternative interiori.

Davos e il risveglio dell’istinto politico

Eppure Davos racconta un’altra storia. Non quella di un’Europa spiritualmente rigenerata, ma di un’Europa che ritrova l’istinto politico. Quando Trump minaccia dazi, sanzioni, disimpegni dalla NATO e un ridimensionamento dell’impegno americano in Ucraina, Bruxelles non balbetta. Rivendica interessi, risponde col linguaggio della forza economica, parla di autonomia strategica, difesa comune, politica industriale. È un’Europa meno ideologica e più concreta, che sembra aver capito che senza potere non esistono valori difendibili. Lo si vede proprio sul dossier ucraino.

Dopo quasi quattro anni di conflitto, mentre Washington oscilla tra sostegno condizionato e pulsioni isolazioniste, l’Unione prova a tenere la barra dritta: aiuti militari, sostegno finanziario, prospettiva europea per Kiev. Non per idealismo, ma per realismo geopolitico: un’Ucraina sconfitta significherebbe una Russia alle porte dell’UE e la fine definitiva dell’ordine europeo nato nel 1989. Tutto questo non smentisce Veneziani e Ritz, ma ne ridimensiona il fatalismo: un continente può essere in crisi d’identità e tuttavia non essere morto. Può essere stanco, diviso, burocratizzato, e allo stesso tempo comprendere che il tempo della neutralità comoda è finito.C’è però un punto che Davos rende ormai ineludibile: la sovranità europea non può restare un esercizio retorico se non si traduce in strutture politiche nuove. Difesa comune, politica estera credibile, autonomia tecnologica ed energetica non possono poggiare su 27 veti incrociati. Richiedono un salto di qualità istituzionale. E qui entra in gioco un dato che sorprende chi continua a dipingere l’europeismo come un’élite sradicata: secondo gli ultimi sondaggi, il 61% degli italiani è favorevole alla creazione degli Stati Uniti d’Europa, intesa come una nuova entità geopolitica capace di parlare con una sola voce soprattutto in politica estera e di difesa.

Tra nostalgia e futuro possibile

Questo consenso diffuso non nasce da astratte pulsioni federaliste, ma da una percezione molto concreta della realtà: nessun Stato europeo, da solo, è più in grado di reggere l’urto delle grandi potenze. La stessa NATO, senza un pilastro europeo forte, rischia di diventare un’alleanza sbilanciata, ostaggio degli umori della politica americana. L’alternativa non è tra sovranità nazionale e sovranità europea, ma tra una sovranità condivisa che pesa nel mondo e una sovranità formale che conta sempre meno. Il vero rischio, semmai, è un altro: sostituire l’autocritica con la nostalgia. Il “ritorno alle radici” invocato da Veneziani e Ritz è un richiamo potente, ma non può diventare un rifugio. L’Europa, al contrario, può riscoprire la propria storia per stare nel mondo senza complessi. E può farlo solo dotandosi di una vera architettura federale.

Davos mostra che il nostro caro, vecchio continente quando vuole sa ancora farsi valere. Ora, però, vorremmo capire se a quel no farà seguito una visione. Perché senza un’anima non si governa la storia, ma senza coraggio politico non si governa nemmeno il presente. Gli Stati Uniti d’Europa non sono più un’utopia per anime belle: sono la condizione minima per non diventare una provincia isolata nella geopolitica mondiale, sempre più minacciata da conflitti e da guerre fratricide.

Michele Rutigliano

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