Dopo la tragedia di due guerre fratricide nel Novecento, diversi smemorati in Europa tornano ad agitare la grande illusione del nazionalismo. E allora, per comprendere la crisi che attraversa oggi il nostro continente bisogna tornare al punto di partenza: per secoli l’Europa è stato il cuore del potere mondiale, ma anche il suo campo di battaglia.

Due guerre mondiali, imperi crollati, confini ridisegnati col sangue. Da quel trauma nacque l’idea di integrazione europea: impedire per sempre che le nazioni si sfidassero sui fiumi e nelle trincee. Eppure oggi, mentre il mondo si ristruttura attorno ai grandi blocchi continentali, gli Stati europei sembrano ripiegare verso un passato che non esiste più. Regno Unito, Francia, Germania, Italia, Spagna: potenze che furono protagoniste globali, oggi diventate medie, troppo piccole per influenzare la geopolitica di Stati Uniti, Cina o India. Il mondo si è ingrandito, loro si sono rimpiccioliti. E il paradosso sta tutto qui: l’unica entità che possiede la massa critica per essere una superpotenza – mercato unico, 440 milioni di cittadini, moneta globale, tecnologia avanzata – è l’Unione Europea. Ma la sua architettura politica è fragile, disunita, zavorrata da veti incrociati.

Un gigante economico con la voce di un condominio

L’UE potrebbe essere un attore globale paragonabile a Stati Uniti e Cina. Eppure si presenta spesso al mondo come un condominio litigioso. Ventisette governi che negoziano da soli, che difendono miniature di sovranità, che si paralizzano a vicenda. Lo si vede nei grandi dossier: commercio, difesa, immigrazione, diplomazia. Di fronte ai dazi americani, un Paese isolato non conta nulla: gli Stati Uniti possono schiacciare senza sforzo Italia, Francia o Spagna prese singolarmente. Ma quando il negoziatore è il mercato unico europeo, Washington cambia tono.

Non è un caso che i grandi attori globali preferiscano un’Europa debole. Vladimir Putin, da anni, alimenta divisioni: gas con la Germania, petrolio con l’Ungheria, disinformazione altrove. Donald Trump considera l’UE un “nemico economico”: la vuole divisa, costretta a trattare bilateralmente. Un’Europa federale, invece, sarebbe impermeabile a ricatti e manipolazioni. Per questo i movimenti nazionalisti – da Orbán a Salvini, da Meloni a Farage – ricevono spesso simpatie, sostegni o lodi da Mosca e dall’universo trumpiano: un’Europa frammentata è una Europa influenzabile.

Verso una potenza di pace: la Repubblica Federale Europea

Il nazionalismo europeo è una nostalgia travestita da identità. Promette di restituire sovranità a Stati che non hanno più la forza e l’autorità per esercitarla. Nel XXI secolo la vera sovranità si misura sulla capacità di influire sugli equilibri globali: e nessuno Stato europeo, da solo, può farlo. Ecco perché l’unica risposta credibile è una trasformazione profonda dell’UE in una Repubblica Federale Europea: un’unica politica estera, una difesa comune, istituzioni democratiche federali, superamento dei veti. Non per creare un super-Stato tecnocratico, ma per dare al continente la forza di difendere i propri cittadini, stabilire standard globali, promuovere diplomazia e sviluppo.

Un’Europa federale non sarebbe una potenza militare aggressiva, ma un attore capace di prevenire conflitti, proteggere diritti, guidare la cooperazione: una superpotenza pacifica, nata dalle lezioni del Novecento e finalmente protagonista in questo mondo sempre più turbolento del terzo millennio.

Michele Rutigliano

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